Il pittore fiammingo in mostra a Palazzo Reale

di Francesca Bellola

Rubens - Bellola“Era maestoso insieme ed umano, e nobile di maniere e di abiti”. Con queste parole il biografo Giovan Pietro Bellori definiva la personalità di Pietro Paolo Rubens (1577- 1640) in mostra fino al 26 febbraio 2017 a Palazzo Reale. Era un uomo alto, avvenente e colto. Questo suo straordinario temperamento così versatile e assai dotato nelle lingue - parlava l'italiano come il fiammingo, sua lingua madre e sapeva conversare in tedesco, spagnolo, francese, oltre che in latino – ben presto lo porterà a ottenere uno strepitoso successo internazionale.

Artista geniale dirigeva una fiorente bottega frequentata da numerosi collaboratori, basti citare Van Dyck e Jan Bruegel, nomi che fanno intuire la superba efficienza dell'altissimo numero di opere prodotte. Consapevole del suo carisma e della sua autorità, Rubens, conteso dai regnanti dell'epoca per le sue doti artistiche, intraprese anche un'intensa attività diplomatica per favorire una tregua tra le nazioni europee. In particolare, grazie al suo operato per negoziare la pace tra l'Inghilterra e la Spagna nel 1630, i sovrani Carlo I d'Inghilterra e Filippo IV lo nominarono cavaliere. Inoltre, come ulteriore riconoscimento, gli furono commissionati una serie di dipinti per il soffitto della Sala dei Banchetti del Palazzo di Whitehall di Londra, ancora oggi annoverati tra i suoi maggiori capolavori.

galleria fotografica

 

Nel 1600 Rubens a ventitrè anni parte a cavallo per l'Italia con lo scopo di approfondire l'arte classica, i maestri del Rinascimento nonché i suoi contemporanei. In particolare rimane folgorato dai quadri di Caravaggio dai quali studierà gli intensi contrasti di luce. La sua permanenza durerà otto anni lasciando un segno indelebile della sua pittura contribuendo alla nascita del Barocco ed influenzandone i protagonisti più giovani come Bernini, Lanfranco, Pietro da Cortona e fino anche a Luca Giordano.

Questo è il “leit motiv “della mostra “Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco”, a cura di Anna Lo Bianco. Sono occorsi tre anni di lavoro per raccogliere un corpus di oltre 70 opere di cui 40 del maestro fiammingo, grazie ai prestiti provenienti da prestigiose collezioni come quelle del Museo Nazionale del Prado, dell’Hermitage di San Pietroburgo e a quelle italiane, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, i Musei Capitolini, la Galleria degli Uffizi e la Galleria Borghese. La rassegna è stata preceduta dall'anteprima dell’”Adorazione dei Pastori”, durante le feste natalizie dello scorso anno a Palazzo Marino, l’ultima opera dipinta da Rubens prima di lasciare definitivamente l’Italia.

L'esposizione, suddivisa in quattro sezioni non cronologiche, si apre con “Nel mondo di Rubens”, dove l'amore per la famiglia traspare dal ritratto della moglie e dal “Ritratto della figlia Clara Serena”. Continua poi con la parte dedicata ai “Santi come eroi” incentrata sulla modernità delle figure dei santi raffigurati con corpi plastici dai volti carichi di emotività. Ne è un esempio il “Compianto sul Cristo morto” dove l'espressione di Maria sembra un calco dell'”Alessandro morente” esposto a fianco. Proseguendo, nella sezione “La furia del pennello” il grande “Ritratto equestre” di Giovan Carlo Doria o il “Massacro degli innocenti” di Rubens, sono messi a confronto con energia i dinamismi contrapposti, così come le diverse versioni di “Ercole e il leone Nemea”, interpretate con lo stessa forza espressiva da Rubens, Lanfranco e Bernini. Il percorso espositivo termina con “La forza del mito” e le lotte di Ercole. Ma nella scena finale a spiccare è la grandiosa tela dell'”Allegoria della pace” di Luca Giordano ispirata a due opere rubensiane sulla stessa tematica. Non sempre il genio è sinonimo di sregolatezza.


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