Parianidi Stefano Pariani
Non di rado il termine “stupore” si associa ad un'opera d'arte. Stupore per un intenso ritratto, per la raffinatezza di un polittico, per la facciata di un edificio, per la magnificenza e la storia di un sito. Spesso capita di stupirsi entrando in una chiesa per la sua architettura, i suoi affreschi e i suoi arredi. A Piacenza c'è un motivo in più per stupirsi e questa volta non si tratta di un edificio in evidenza dal punto di vista turistico, come potrebbero essere il Duomo o Palazzo Gotico, punti saldi della città emiliana.
Si tratta della Chiesa di San Savino, che può addirittura passare inosservata, quasi nascosta dagli alberi antistanti e chiusa dietro la sua facciata settecentesca a tre ampli archi porticati, che la fa vagamente somigliare ad una elegante villa. Chi entra si aspetterebbe di trovare, di conseguenza, una ricca chiesa barocca con preziosi stucchi e decorazioni dorate e invece la sorpresa sta proprio nell'imbattersi in un antico e solenne edificio medievale. E non di scarso rilievo.
 
Pare che la fondazione della chiesa risalga al 903 con dedica al secondo vescovo della città, Savino appunto, e che, dopo la distruzione degli Ungari durante le invasioni barbariche, venne riedificata tra l'XI e l'inizio del XII secolo e consacrata nel 1107. La chiesa venne rimaneggiata già nel secolo successivo, ma gli interventi più consistenti si ebbero in epoca barocca tra Sei e Settecento, quando l'interno fu rivestito di stucchi e altri ornamenti e venne eretta anche l'attuale facciata (1721) addossata a quella originale. Il ripristino dell'assetto romanico avvenne agli inizi del Novecento, quando la chiesa ritrovò il suo originario volto.
 
L’interno, sobrio ed austero, ha murature con mattoni a vista ed è diviso in tre navate da pilastri in granito che reggono una serie di archi a tutto sesto; i capitelli sono scolpiti con figure umane, fantastiche e zoomorfe, tipiche della decorazione romanica. Un pregevole crocefisso ligneo del XII secolo, collocato nella zona absidale, sovrasta l'altare e raffigura un Christus triumphans. Ma gli elementi più prestigiosi e, in qualche modo, misteriosi di San Savino sono due mosaici pavimentali a tessere bianche e nere: uno nella zona presbiteriale, l'altro in una cripta straordinariamente ben conservata.
 
primo, la cui realizzazione risale circa al XII secolo, rappresenta la Ruota della Fortuna o del Tempo e non manca di suscitare domande e curiosità. Sono raffigurati due cerchi inscritti in un quadrato sorretti da un gigante con funzione di telamone, al centro dei quali è seduto in trono un uomo barbuto riccamente vestito che regge in mano il sole e la luna. Tra i due cerchi troviamo grifoni e felini, mentre all'esterno quattro uomini sembrano sforzarsi come per girare il cerchio, che si caratterizzerebbe appunto come una ruota che gira. L'uomo barbuto potrebbe essere, secondo alcune ipotesi, il Re, signore del tempo che governa luce e tenebre, al centro del mondo, mentre altri ritengono si tratti del Signore Anno. In entrambi i casi è interessante la collocazione di una rappresentazione così profana nella zona dell'altare, sebbene non sia insolito trovare nelle chiese medievali soggetti misteriosi come questo; lo testimoniano il fascinoso labirinto nella chiesa di San Michele a Pavia, anch'esso del XII secolo, e quello di San Colombano a Bobbio (Pc), entrambi geograficamente non distanti dal nostro.
 
Ma nella chiesa di San Savino un ulteriore elemento crea mistero. Proprio accanto alla Ruota del Tempo si trovano altre scene, tra cui una, bellissima, che raffigura una partita a scacchi tra un uomo seduto in trono ed un altro misterioso giocatore di cui si vede solo il braccio intento a muovere una pedina. Difficile dire cosa rappresenti, forse la virtù della Prudenza, ma la partita a scacchi può essere anche interpretata come l'imprevedibilità della Fortuna e quel braccio “ignoto” potrebbe proprio simboleggiare il caso, misterioso e non conoscibile, che tutto può (s)travolgere, facendo anche crollare la solidità delle cose, cioè quell'uomo ben vestito assiso in trono che sta sfidando.
 
Scendendo nella cripta, ci s'imbatte in un grande pavimento musivo, coevo a quello superiore, che raffigura i mesi dell'anno e i rispettivi segni zodiacali. Ognuno di essi è inserito entro tondi disposti su un grande mare, reso a linee ondulate bianche e nere che sembrano quasi inondare le colonne della cipta, dove nuotano pesci e sirene. Una in particolare si presenta in posizione frontale con una doppia coda, proprio come veniva tradizionalmente raffigurata in epoca medievale, sottolineando l'ambivalenza della sua figura, la contrapposizione cioè tra Bene e Male.
 
In ogni tondo il segno zodiacale è affiancato da figure umane, che compiono in modo vivo e realistico le attività legate al mese a cui appartengono e talvolta il segno partecipa alla scena. E' il caso del mese di Maggio, dove un contadino sceso da cavallo nutre il suo animale, mentre il Toro si ciba di fili d'erba. Giugno invece miete un campo con la falce e i Gemelli, accanto a lui, sembrano commentare il suo operato con viva gestualità. Ancora, Settembre con una vanga in mano coglie dei frutti, aiutato dalla Vergine che gli porge una cesta dove deporli, mentre Dicembre squarta un maiale appeso, sotto il tiro del Sagittario che tende il suo arco.
 
La chiesa di San Savino è un ulteriore esempio di come austerità, senso di raccoglimento e arcana fantasia si fondano nel Medioevo romanico, repertorio di immagini e patrimonio ricco, che talvolta va scoperto negli angoli più nascosti delle nostre città e dei nostri borghi per restituire più senso al nostro tempo, ancora bisognoso di dialogo col suo passato.

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