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L’amore per la natura libera, i paesaggi lunari di Donnalucata, le ciocche di luce del Poseidon e i resti pietrficati di Vulla e Felli: Giorgio Giannone, insegnante di materie giuridiche ed economiche, poeta, pittore drammaturgo, uomo libero e sui generis, amante dei cani e barbone per vocazione, di lusso, non dimentica la sua passione verso la tragedia e l’azione teatrale di “Anna” e “Zeffira”, senza rinnegare il palcoscenico di Dora Peluso e di Pippo Bianca e i meritati applausi sui palcoscenici del “Carabelli”.
Giorgio Giannone esordì nel 1972 con quei “Canti d’Ortigia” che oggi rivivono con quelli di “Taormina” e con quei nuovi inediti che piace definire “pensieri di vita, intrisi di amori, gelosie, e di tanta nostalgia”, il vero collante di questa operazione-sogno e nostalgia, impaginata a tuttospazio, in cui trovare la classica interlinea è un’impresa: ottima intuizione dell’Autore che si rivela segreto maestro impaginatore che tramonta sulla Terrazza Cassia fino ai ricordi generazionali che diventano reperti storici di un lignaggio irrepetibile.