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Arnaldo Pomodoro: la mia vita fra Milano, bar Giamaica e Usa

pomodorodi Francesca Bellola

«Ho capito ben presto che la strada della pittura non mi era congeniale, perché ero attratto dalla materia che avevo bisogno di toccare e trasformare». Parole di Arnaldo Pomodoro, uno dei più grandi scultori contemporanei, le cui opere monumentali hanno trovato dimora in spazi prestigiosi e simbolici delle città di tutto il mondo. Il maestro, fratello maggiore dell’altrettanto famoso Giò Pomodoro, ha creato le celebri sfere di bronzo, materiale che predilige, con l’intento di romperne e mettere in discussione la perfezione.

Maestro, dalle Marche si è trasferito a Milano. Com'era la città in quel periodo?

«Sono arrivato a Milano nel 1954 nel pieno della ricostruzione, dopo la guerra. Era stato da poco progettato il Grattacielo Pirelli, allora in corso di realizzazione e la Torre Velasca stava per essere costruita. La città era piena di energia, con una forte impronta internazionale».

Ha studiato come geometra per diventare architetto. L'attività artistica ha prevalso su quella architettonica?

«Da ragazzo non pensavo all’arte: avrei voluto diventare architetto, ma per necessità ho deciso di abbreviare gli studi per assicurarmi subito uno stipendio. Lavorando come geometra al Genio Civile alla ricostruzione degli edifici pubblici distrutti, ho scoperto che l’architettura reale non mi interessava, mentre mi appassionavo sempre di più al teatro e poi all’arte».

A Milano diventa amico di Fontana, conosce Enrico Baj, Emilio Scanavino, Marino Marini. Ricordi di quel periodo?

«Ho iniziato subito a frequentare gli artisti e gli intellettuali che animavano la vita culturale milanese e si ritrovavano al bar Giamaica. Importantissimo è stato il rapporto con Lucio Fontana che mi ha sempre stimolato e incoraggiato. Fu lui a indicare a me e a mio fratello Gio’ uno scantinato in via Visconti di Modrone che divenne il nostro primo studio, vicino al suo che già allora era in corso Monforte».

La sua prima mostra?

«Nel 1954, proprio su invito di Fontana che faceva parte della commissione segnalatrice, io e Gio’ siamo stati chiamati a esporre alla X Triennale nella sezione merceologica i nostri primi lavori (gioielli, oggetti d’arte decorativa, piccoli rilievi). Poi la mia prima personale nel 1956 nella Galleria del Naviglio».

In seguito decide di partire per gli Stati Uniti grazie anche ai consigli di Fernanda Pivano...

«In casa di Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass ho avuto i primi incontri con gli “americani” – non solo scrittori e poeti, ma artisti, architetti, registi, compositori e perfino jazzisti, ricordo Gerry Mulligan e Chet Baker – e così sono entrato in un mondo internazionale. L’America, d’altra parte, era il mio sogno di ragazzo. Quel sogno si è concretizzato grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri e nel '59 sono sbarcato finalmente negli Stati Uniti, con il desiderio di dare una svolta al mio lavoro».

Cosa provava nel profondo quando scavava la sfera?

«Quando ho iniziato la ricerca sulla sfera e sui solidi della geometria euclidea, volevo investigarne l’interno misterioso e complesso, cercare e scoprire l’energia che è racchiusa nelle profondità più nascoste della materia. Questo scavare fra corrosioni e squarci, dentro la forma rappresenta il mio desiderio profondo di esplorare l’ignoto, di viaggiare, conoscere».

Il segno arcaico preso come riferimento dalla Mesopotamia è il desiderio di modernizzare la scrittura?

«Credo che le mie opere esprimano una sensazione ambivalente di memoria e rispetto del passato e di ammirazione per la tecnologia e progresso. La serie di segni astratti che hanno caratterizzato il mio linguaggio artistico sin dai primi lavori – un tracciato di nodi, denti, lamine, cunei, fili – è come una scrittura arcaica e illeggibile e, nello stesso tempo, richiama gli ingranaggi del motore o i circuiti elettronici, creando una sorta di alfabeto misterioso, di cui si è perso il codice interpretativo».

Com'è cambiata Milano rispetto al passato?

«Sicuramente è molto cambiata. C’è da un po’ di tempo una molteplicità di iniziative artistiche e culturali piuttosto interessanti, anche se emerge nel complesso una mancanza di certezze, una problematicità che mi auguro significhi vitalità della ricerca e nuovi processi di conoscenza».

Ritratto Arnaldo Pomodoro 2014 (Foto ©Veronica Gaido)

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