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A Genova inquietudini e incertezze degli anni Venti

Chiusura 01/03/2020
di Stefano Pariani
E' una bella e importante mostra quella ospitata in questi mesi nell'appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Genova. Il titolo parla molto chiaramente su ciò che è il punto fondamentale dell'esposizione: si indaga infatti quel decennio di incertezza che segue la Grande Guerra e precede gli anni Trenta, periodo di dittature e crisi economiche, annunciate dal crollo di Wall Street, che porteranno a un nuovo tragico conflitto mondiale.
Piazza Matteotti, 9 - Genova mappa
Inaugurazione 05/10/2019
Le sezioni del percorso espositivo non mettono in luce l'aspetto glamour e sofisticato dei “ruggenti anni Venti”, come spesso siamo abituati ad identificarli, ma il lato più inquieto e oscuro che serpeggiava nella società di quel tempo, un'umanità dallo sguardo spaesato, di attesa o alienato, mostrando lo stretto legame tra arte, storia, politica e società. L'esperienza futurista appare ormai un ricordo lontano e gli artisti recuperano dalla tradizione della pittura italiana una solida volumetria dei corpi, uno spazio definito e razionale e uno stile essenziale, classico, condensato nella celebre definizione di “ritorno all'ordine”.

Casorati, Carrà, de Chirico, Severini, Funi, Sironi sono solo alcuni dei numerosi artisti presenti in una mostra che si articola in nuclei tematici che riflettono sulle attese, sul disagio nella metropoli, sull'alienazione, la malinconia, il trauma della guerra, il desiderio e la sessualità. Davvero molti spunti che ci restituiscono l'immagine di un'epoca complessa e dalla pluralità di intenti e contenuti.

Opera emblematica della mostra è quel fanciullo dal volto delicato e femminile che vediamo sui manifesti dell'esposizione, lo “Studio per ritratto di Renato Gualino” di Felice Casorati: sguardo che si muove sotto il caschetto di capelli per indagarci in un attimo sospeso, le labbra schiuse. Un senso di sospensione che caratterizza altre opere, come “In tram” (1923) di Virgilio Guidi, capolavoro del “Realismo magico” romano, dove la luce che pervade il dipinto va a delineare una volumetria di corpi solidi, che sembrano quasi “fissati”, bloccati, in movimenti come quelli di manichini. In mostra anche la celebre “Maternità” (1916) di Gino Severini, opera-simbolo del “ritorno all'ordine” dopo l'esperienza futurista del suo autore, delicata, umana, eppure attraversata da uno sguardo sottilmente inquieto. Il ritorno all'arte classica rinascimentale è rappresentato anche dal simbolico “La terra” (1921) di Achille Funi, con la fanciulla dal volto angelico dietro la quale si apre uno scorcio di paesaggio collinare visto da una finestra, mentre l'”Autoritratto con brocca blu” (1920) dello stesso Funi, oltre a rimandare ancora una volta ad un impianto di tradizione classica, mostra un corpo virile e solido, in linea con l'immagine dell'uomo “sano”, sportivo e vigoroso, che si sarebbe imposta nel corso del decennio, supportata dall'ideologia fascista.

Gli anni Venti furono anche il periodo della delusione irredentista, della “vittoria mutilata” dopo il conflitto mondiale, e gli artisti non poterono esimersi dal rappresentare lo scoramento della società e, più in generale, le ferite che la nazione riportò. Eloquente “Millenovecentodiciannove (Il reduce)” di Ardengo Soffici (1929/30), dove un uomo avvolto nella sua solitudine cammina a testa bassa per strade silenziose, e triste e gelido è il suono de “La canzone del Piave” (1929) di Ettore Beraldini.

In una società dove avanza la macchina e si procede verso la reificazione dell'uomo - i personaggi di Luigi Pirandello sono dietro l'angolo - si moltiplicano le raffigurazioni dell'uomo-maschera e dell'uomo-marionetta in un mondo che sta sul palcoscenico e ha perso la sua verità quotidiana. Una parte della società è spettatrice più o meno attenta dello spettacolo, come nell'”Odeon” (1919/20) di Anselmo Bucci, mentre attori meccanici, burattini senza fili, recitano la propria parte, come la “Ballerina” (1920) di Cornelio Geranzani, il corpo snodato e un sorriso che sembra stampato su un volto senza sguardo.

La società in mostra a Genova parla ancora molto alla nostra e non si può restare indifferenti di fronte alle suggestioni che le oltre cento opere esposte - dipinti e sculture - ci offrono. Curata da Matteo Fochessati e Gianni Franzone, la mostra è ben delineata e corredata da esaustivi pannelli che illustrano le undici sezioni sia dal punto di vista storico che da quello tematico. Un viaggio, quindi, dentro la nostra storia, ma ancor più dentro di noi.

“Anni Venti in Italia - L'età dell'incertezza”
5 ottobre 2019 – 1 marzo 2020
Palazzo Ducale
Piazza Matteotti, 9 - Genova
h 10-19 da martedì a domenica
www.palazzoducale.genova.it



 
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