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Pulp Fiction ritorna al cinema

in Italia, Milano,

Recensito da Luca Impellizzeri

Sommario

Un grande, magnifico nulla, citando lo spigoloso losangeleno Ellroy, che, sicuro come la morte, al concittadino garba. Il secondo pulp-gangster movie del '94 firmato Tarantino è stato l'unico film memorabile degli anni '90 a parlare, in fin dei conti, del nulla. Trent'anni prima solo un certo nostro connazionale di nome Fellini poteva permetterselo, anche se in maniera del tutto differente dalla pellicola in questione, basti pensare all'onirismo nebuloso ed ammaliante di "Otto e mezzo".

Descrizione

Un grande, magnifico nulla, citando lo spigoloso losangeleno Ellroy, che, sicuro come la morte, al concittadino garba. Il secondo pulp-gangster movie del '94 firmato Tarantino è stato l'unico film memorabile degli anni '90 a parlare, in fin dei conti, del nulla. Trent'anni prima solo un certo nostro connazionale di nome Fellini poteva permetterselo, anche se in maniera del tutto differente dalla pellicola in questione, basti pensare all'onirismo nebuloso ed ammaliante di "Otto e mezzo". A vent'anni dalla Palma D'Oro a Cannes, Pulp Fiction torna nelle sale italiane in versione rimasterizzata, in lingua originale con sottotitoli e solo per tre giorni (3,4 e 5 giugno), e tutto ciò suona come un autentico toccasana per chi, come chi vi racconta, ha potuto godere della sua visione soltanto in versione home-video. Nel '94, quando il film riuscì a vincere l'importante premio, la giuria del festival francese era presieduta da Clint Eastwood, vecchia icona dalla vastissima cultura cinematografica di Quentin, il quale cita spesso e volentieri l'opera di Leone (ma anche, come abituale costume del cineasta nativo di Knoxville, quello dei minori) come una delle pietre miliari che hanno influenzato in maniera decisiva il suo modo di fare cinema. Pulp Fiction fu il trionfo trascinante e senza eguali del nulla assoluto, l'opera pop definitiva di chi, con eclettismo ed astuzia, rovista tra le spazzature letterarie, musicali e cinematografiche e ne partorisce un capolavoro, una cifra stilistica, un modus operandi artistico che ha marchiato e marchierà ancora per molto l'immaginario collettivo (chi non ha mai sentito applicare le comode etichette "tarantiniano" o "un po' alla Tarantino" ad un qualcosa che sa di cool scagli la prima pietra). Le riviste pulp degli anni '20 e '30, da cui la pellicola prende il nome e all'interno delle quali hanno tirocinato anche abili giallisti come Raymond Chandler e Dashiell Hammett servivano a riempire attese delle persone quando facevano anticamera da qualche parte o che avevano come unico scopo sciogliere i nervi tesi delle plebe americana dopo una lunga giornata di lavoro. Categoricamente nulla di impegnativo, un po' come le macchinette fotografiche usa e getta, queste riviste, dopo aver esaurito la loro abietta funzione, andavano a finire dritte nell'immondizia (da qui l'appellativo di trash?). La sequenza che meglio esplica la funzione innovativa e "metacinematografica"del film senz'altro quella di Mia Wallace/Thurman e di Vincent Vega/Travolta al Jack Rabbit Slim's, un immenso caffè-ristorante infestato dagli spettri di un lucente e glorioso passato (metaforicamente parlando): ai camerieri, abbigliati alla Van Doren o alla Marilyn e via discorrendo, si può ordinare una bistecca alla Douglas Sirk o un frappè alla Martin & Lewis, il tutto mentre mentre al locale sta esibendosi uno pseudo Buddy Holly. La citazione, dunque, non si cela dietro alcun velo di Maya ma si fa spirito, la nostalgia ed il gusto per il retrò sono tali che un procedimento puramente mentale si fa scena cinematografica concreta. La sala, poi, è l'habitat naturale di qualsiasi film, figuriamoci di questo. Io andrò, vi aspetto. Luca Impellizzeri
votazione 4/ 5 (Excellent) Luca Impellizzeri
 
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