All’indomani dell’inaugurazione di una mostra d’arte contemporanea (Sabato scorso 14 novembre presso l’ex Cartiera di Vas, nel bellunese), in parte dedicata a temi legati alla ricorrenza della Grande Guerra, il curatore della mostra, Gianluca D’Incà Levis, propone una serie di considerazioni su valore, ruolo, significato dell’Arte, rispetto alla guerra stessa.
L’Arte può dire qualcosa di fronte alla tragedia?
L’Arte è una prassi necessaria del farsi del Senso, o un accessorio decorativo, da coltivare nei momenti di pace, e dunque un trastullo estetico?
L'Arte e la Guerra.

Sabato 14 novembre, Dolomiti Contemporanee ha prodotto un movimento (evento è parola sempre

inadeguata) nell'ex Cartiera di Vas, uno dei grandi complessi d’archeologia industriale della Provincia

bellunese, morto al presente, e del quale ci si vuole invece occupare, per rigenerarlo, in quanto esso ha

valore (N.d.r. Dolomiti Contemporanee si occupa della riattivazione di grandi siti dismessi, attraverso la

cultura e l’arte).

Dopo il crepuscolo, un rumore forte d’elicotteri da guerra, e d'aerei, ha fatto tremar timpani e muri: la scena

di “Dark shades” (performance video dell’artista Giuseppe Vigolo) ha rischiarato la Cartiera annottata,

mostrando il potenziale di questo sito oggi inerte, e ancora dichiarando che l'Arte sa, può, e deve dir

qualcosa, e che di certo essa lo può fare, anche quando parliamo di guerra, sofferenza, male, e quindi

anche in questi giorni difficili, in cui le persone vengono assassinate, le portaerei nucleari salpano, l'uomo

uccide, e si prepara ad uccidere ancor più.

L'uomo, questa creatura che anima, e infesta, il pianeta Terra.

L'uomo che, tra le creature conosciute, sa fare le cose più straordinarie, e le più terribili.

L'uomo, che fa gli altri uomini, e fa Dio (o crede di farlo); che uccide l'uomo, ed uccide sé stesso.

L'uomo, che nutre e cresce e slancia lo Spirito per gli Spazi, con le creazioni dell'ingegno, con i tormenti e le

spinte dell'Anima, con i frutti dell'intelligenza e della sensibilità e dell'attenzione e dell'impegno e della cura e

dell'urgenza: e questo è l'artista, innanzitutto, colui che cerca ed esprime.

Perché ciò che l'uomo, dal principio, ha saputo dare al proprio Mondo, così realizzandolo, altro non è che la

Cultura della Civiltà (la Cultura è la Civiltà), ed essa Civiltà, se vogliamo usare una parola in un’accezione

aperta e inclusiva, altro non è che “la Letteratura”, intendendo con questo termine la capacità -più ancora

che la volontà- la capacità libera e responsabile, di cercare, esplorare, sviluppare, indagare, il senso delle

cose, di irrobustirlo, discuterlo, carezzarlo, deformarlo (ogni cosa definita va deformata, ovvero riplasmata).

La Letteratura, nell’accezione nostra estensiva, è dunque la Qualità dell'Amore che Costruisce, anche

quando distrugge (distrugge la banalità, la sua distruzione è un'igiene).

Letteratura è ogni azione creativa, e nuova, che l'uomo sappia immaginare ed intentare, ma ciò è vero

sempre e solo quando la ricerca venga condotta con la massima determinazione, nella massima tensione di

qualità: in quei momenti, la Civiltà si erge; in quei momenti, l’Uomo sta arrampicando.

E poi, dicevamo, quest'uomo, alle volte santo, genio, creatore, veggente, sa fare dell'altro: sa infliggere la

sofferenza, portare l'odio e la morte.

L'uomo, che non sa morire, sa però tormentare, e sa uccidere. L’uomo dunque fa ciò che pure non

comprende.

E in questi giorni, lo vediamo appunto far questo, dappertutto, e sempre più vicino a noi, e dentro alle nostre

culle, della Civiltà.

E sentiamo ora tutto un insopportabile indecente concionamento di persone, di politici e politicuzzi rissosi,

come soubrettes, a dire banalità strumentali, da destra e da sinstra, su quel che bisogna fare, sulle colpe

pregresse o sulla necessità della bomba, su Satana l'America o su Satana l'Islam. Insomma, parla chi non

ha idee, a questo punto, e questo non è grave come la guerra, ma è comunque una sorta di scempio sullo

scempio, inaccettabile.

E Terzani contro la Fallaci.

E chi odia e chi ama odiare.

E chi non osa reagire, e contempla il coltello alla propria gola, rifugiandosi nelle analisi della cause, mentre

non c'è più il tempo. E l'uomo che si fa ometto, perché non osa muoversi, nella testa, nei fatti, e così vien

sopraffatto.

E allora, domandavamo ieri, presentando L'arte sulla Guerra a Vas: potranno mai i terroristi assassini

ammazzare la Civiltà?

Non scherziamo: questi disperati sanguinari non possono nulla, IN REALTA'. Questo loro ignobile abominio

non è la realtà; esso è solamente, a monte di ogni ragionamento politico, l'inaccettabile negazione

dell'essere e della vita.

Il sangue che ora si versa è tanto e prezioso, tutti noi siamo feriti e furenti, ma nessun volgare assassino,

nessun uomo perduto potrà spegnere e negare l'Uomo e la Civiltà, che si manifestano nelle Letterature

(presenza, pensiero, attenzione, azione, qualità).

E qui, chiariamo, nessuno è ingenuo, e non stiamo dicendo che Dante e Joyce, levandosi dalla tombe,

potran sconfiggere l'Isis, colle lame. Diciamo invece che Rimbaud e Joyce e Beckett sono l'Uomo e l'Essere,

mentre l'Isis è l'abiezione ed il nulla, che provano a rifulgere, delle proprie cupe fiamme spente.

Il terrorista con l’AK47 non è certo un guerriero: è un vigliacco, e noi non lo accettiamo, e nessuno può dirci

che gli errori e le colpe e le seti dei padri e dei poteri siano in grado di giustificare, o anche solo di spiegare,

l'abiezione nell'uomo: essa non va accettata mai, punto e basta.

E non c'è il tempo più per la psicoterapia dell'assassino, che va fermato, subito, risolutamente.

Il guerriero, invece, è, precisamente, l'artista. Che, nella sua lotta quotidiana, a comprendere, a disvelare,

prova a non perdersi, pensa ed agisce con forza, crede nell'impegno, e, impugnando le proprie ansie, come i

dubbi e le gioie, cerca una verità, ed in ciò ama, ed edifica, con le parole ardenti, le Letterature universali.

L'artista fa sempre la guerra: guerra alla stupidità, alla banalità, alle chiusure, alle ottusità, quotidiane o

straordinarie.

Chi non ammette questo, non può comprendere il valore ed il senso di Cultura, Letteratura, Pensiero, Spirito.

Per costoro, le Arti saran sempre spettacolo, esornazione, intrattenimento.

Mentre invece sono le Armi della Civiltà, e il sangue della nostra identità.

E, se l’Arte è l’ncarnazione dello Spirito, indomito, dell’Uomo vivo, allora essa esiste ed ha senso soprattutto

nei momenti della criticità, della difficoltà, e della tragedia.

Se l’Arte non sapesse parlare in questi momenti, non avesse titolo per farlo, essa non sarebbe una prassi

fondamentale del Senso, ma un motivo a decoro, e quindi, in ultima istanza, una pratica subordinata, non

determinante, inutile.

Mentre l’Arte, e le Idee, sono l’Uomo stesso, ed ogni sua accesa Virtù.

E’ per questo motivo che Dolomiti Contemporanee riapre le fabbriche o i grandi siti inerti e dati per morti. Per

dichiarare che la vita è sempre possibile, e che però essa non corrisponde ad una fisiologia automatica: è

necessario perseguirla, inseguirla, dichiararla, ripristinarla, farla.

Ecco perché, da tre anni, lavoriamo nell’area del Vajont, nel Nuovo Spazio di Casso, che è un dispositivo di

emanazione dei Paesaggi vivi dell’Uomo, che si rifiuta di intendere le logiche della tragedia, della chiusura,

della tumulazione del senso, del lutto, e riapre sempre e continuamente la scena: pensando, credendo.

Dicendo, ed agendo.

 

Gianluca D’Incà Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee, Borca di Cadore, 15 novembre 2015

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