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Amnesty

Testo di Pasquale del Giudice Il lavoro di Anna Never è una forma di ricompensa, dopo aver provato il pericolo di spingersi, di curiosare troppo tra le ombre dell’umano, l’artista porta in superficie i reperti salvifici, remunerazione di una scomoda compagnia. I personaggi che abitano la sua personale narrazione della vita malata, collocati in una sfondo post-apocalittico, sembrano affermare la propria singolarità nella resistenza, nella rivolta della minorità e nell'incomprimibilità del patologico, vestendo ora i panni iconici di una certa subcultura metropolitana, ora affermando semplicemente l'autentica spaesatezza dei loro volti.

Sguardi che sono indizio e amuleto di una differenza, di un’estraneità percepita rispetto a un mondo in macerie, desertificato, colpevole dell'inganno, della servitù al destino autodistruttivo della specie, organizzata in un oscuro intreccio di norme naturali e giuridiche, biopolitica e biopotere. Caduti dal tempo, queste espressioni, questi colori, variazioni di rosso, nero e bianco, fratelli urbanizzati di Munch e Schiele, mettono insieme il paradosso di espressionismo e rave party, tecno e stregoneria, gotico e periferia industriale, Goya e civiltà dei consumi. Questi quadri, figli del pensiero tragico e titanico di Leopardi e Nietzsche, Kafka e Cioran, si inseriscono in una tradizione per cui la metafora della malattia è declinata come sinonimo di separatezza dalla vita, di conseguente improduttività e in cui la conoscenza è portatrice di una particolare forma di dolorosa distanza. Antropologia in cui l’uomo, risulta egli stesso nella natura “l’animale malato”, “volente non volutosi”, disgiunto dalle cose dalla condanna ed elezione della coscienza stessa. Gli occhi dei soggetti di questi lavori portano impresso il sigillo di questa condizione, di un'alterità irriducibile, a volte intrisa di rabbia, di dolcezza, di perplessità, di sconforto. In quest’ottica, dunque, il male è generatore di casi, di particolarità, apre un tempo diverso, uno sprofondamento anteriore al da farsi ottuso e omologante dei cosiddetti sani e in questo scarto apre lo spazio all’arte, a quest’arte, territorio impervio in cui si muove lo studio di Anna Never e in ultima analisi la sua ricerca sull’uomo. Queste pupille d’olio ci spogliano, questi paradossi ci sorprendono, ci pongono domande, vogliono la nostra ultima nudità

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«Io non provo orgoglio per tutto ciò che come poeta ho prodotto [...] Sono invece orgoglioso del fatto che, nel mio secolo, sono stato l'unico che ha visto chiaro in questa difficile scienza del colore, e sono cosciente di essere superiore a molti saggi». Questa considerazione di Goethe, deriva dal suo saggio “La teoria dei colori” pubblicato nel 1910.

Arturo Bosetti, eclettico artista, con un passato di docente di Disegno e Storia dell'Arte, nonché restauratore, ha colto sin dagli inizi della sua carriera, l'importanza della luce dalla quale scaturiscono i colori.


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