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di Roberto Zaoner


Nelle tue calme, calde e floride acque viveva il nostro amore, e tu gioivi. Tu, in piena fioritura, te ne curavi. Era un miracolo: il miracolo dell’amore.
Il tempo era maturo. La giornata era aprica in quei primi giorni di dicembre. In quel parco che circondava quel luogo di sofferenze ed esistenze perdute gemevi, ed io solo so quanto pativi per un inizio di vita.



Ma lui non si preparava a veder luce e immobile rimaneva come ad ascoltare i tuoi gemiti. Si stava spegnendo questa nostra grande speme. Un altro sforzo e un altro ancora. Le acque erano andate già da un po’ e lui rischiava di non respirare più a lungo. E l’ostetrica che beatamente attendeva fumando una sigaretta, seduta comodamente in una seggiola, e io la guardavo pieno di rabbia, e il dottore confusamente a rassicurarci. Io a farti coraggio. Ma ecco che ad un tratto, pian piano, scorsi una testolina. Eccolo, amore mio. Quanto stai soffrendo… Eccolo. Ti strinsi le mani e trovasti conforto e coraggio dalle mie premure, e spingevi ancora. Vuole nascere. Ancora uno sforzo e si compirà il miracolo d’amore. E il tuo utero che lo aveva custodito, come solo una mamma sa fare, lo espelleva.

 

Io lo vidi per primo. E lui pareva guardarmi mentre il dottore lo prendeva. Ti eri guadagnata la vita del nostro pargoletto. E i tuoi occhi cominciarono a splendere di gioia, ma anche di mal celata inquietudine. Nostro figlio non piangeva. Questo ci turbava. Ci guardavamo negli occhi: i tuoi stanchi occhi. Una, tante sculacciate, a testa in giù, sospeso nell’aria da mani esperte. Ed ecco la sua voce, la sua fioca voce. Eravamo stati premiati. Lo avevamo voluto e siamo stati ricompensati. Il nostro figlioletto non sembrava neppure di questa terra, così piccino e la pelle raggrinzita e disidratata. Avrebbe dovuto nascere prima.



Ma il tempo faceva sentire i suoi effetti in benevolenza. Con l’andare dei giorni, mi convincevo di non aver mai visto un piccolo gioiello così bello, con lineamenti molto delicati e fini, deliziosamente aristocratico nei tratti del suo volto così belli. E dopo alcuni giorni, lo tirarono fuori dall’incubatrice. Il nostro bimbo: il nostro amore. La giornata continuava a essere soleggiata in quella tiepida giornata di dicembre. Infagottato, lo adagiammo dolcemente in una culla e andammo via per la nostra strada. E tu, amore mio, ancora non ti eri ristabilita del tutto, e ti osservavo soffrendo per te.



Caduche foglie si staccavano dalle fronde di platani e pioppi, ormai sparuti e smagriti, in quell’immenso giardino, e parevano volteggiare, dondolandosi e planando discretamente sulle nostre orme scolpite sulla umida terra di una piovosa giornata appena trascorsa. E camminando, stringevamo amorevolmente quella culla che gridava di gioia incontro alla vita. Mi parve di scorgere un suo timido sorriso. Forse solo un’istintiva smorfia, e i miei pensieri si stringevano a voi due. Accarezzavo le sue manine: “Vedi quell’ombra, figlioletto mio? E’ il mio viso e i miei occhi che ti parlano d’amore”. Era il giorno più bello della mia vita. 




Santa Margherita Marina (Me), 31/07/2018.

Roberto Zaoner.











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