artisti costruttori di pace
Chiusura 27/01/2019
di Francesca Bellola
 La Grande Guerra del 1915 -’18, chiamata poi la Prima Guerra Mondiale, sembra un ricordo lontano. La memoria storica di chi ha vissuto quell'orrore non va dispersa ma deve essere custodita e tramandata generosamente dalle nuove generazioni. La mostra “Tra il vento e la neve. Prigionieri italiani nella Grande guerra”, aperta fino al 27 gennaio 2019 nella sala del Rivellino del Castello Visconteo di Pavia, riporta alla luce molte testimonianze dimenticate. Ne parliamo con Francesca Porreca, Direttore del Musei Civici di Pavia.
Viale XI Febbraio, 35 - Pavia mappa
Inaugurazione 21/10/2018

Vuoi raccontare la tua esperienza all'interno del Museo?

Ho la fortuna di lavorare ai Musei Civici da quasi 10 anni, principalmente come Conservatore delle raccolte d'arte, e da febbraio di quest'anno come Direttore. Tale incarico mi consente, pur nelle ristrettezze del nostro bilancio, di provare a cambiare l'immagine del museo, rendendolo più accogliente e più aperto anche ad altri linguaggi, come quello del teatro, della musica, della performance, senza dimenticare le occasioni di incontro per le famiglie e per le scuole.

Sei soddisfatta di questa mostra impegnativa?

E' stato un lungo lavoro di ricerca, durato quasi 9 mesi, all'interno degli archivi e nelle collezioni private, per ricostruire le storie di singoli individui all'interno della Storia collettiva. La soddisfazione maggiore è data dalla partecipazione di tanti cittadini di Pavia e Provincia, che ci hanno portato i loro ricordi, le medaglie, i cimeli, le fotografie dei loro cari, padri, nonni, zii, che hanno preso parte alla Grande Guerra.

Come è nato il progetto?

Il progetto è nato in corrispondenza del Centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, occasione importante che chiamava a ripensare quell'immane conflitto. La ricerca ha preso le mosse dai materiali relativi alla Prima Guerra Mondiale raccolti nel corso del tempo dal Museo Civico di Storia Patria, poi confluito nel Museo del Risorgimento, custoditi presso i Musei Civici di Pavia e presso l’Archivio Storico Civico: si tratta di diari, lettere, cartoline, disegni, fotografie, ma anche armi, uniformi, elmetti… documenti fino ad ora pressoché 'invisibili’ ma carichi di suggestione, in grado di raccontare le storie di singole persone, senza le quali la Storia collettiva non avrebbe senso ma soprattutto, ciò che mi ha spinto ad iniziare una ricerca sui prigionieri di guerra è il diario di prigionia di un soldato pavese, Angelo Rognoni, principale esponente del futurismo a Pavia, che i Musei Civici hanno avuto in dono dalla famiglia nel 2008. In quelle pagine, c'è già tutto il racconto della terribile disfatta di Caporetto e del destino di centinaia di migliaia di uomini. Poi, è stato determinante l'incontro con Carlo Perucchetti, che da oltre 20 anni porta avanti le ricerche sui prigionieri italiani a Celle Lager, vicino ad Hannover, dove anche Rognoni fu internato.

Uno dei temi meno conosciuti della guerra è la prigionia di 600 mila italiani nei lager austriaci e tedeschi.

A cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale non è rimasto nessun testimone diretto che possa raccontare il coraggio, la paura, gli odori, i rumori, la fame, il freddo, la confusione e l’ardore di quei momenti. Per questo motivo è più che mai importante far parlare le fonti, recuperare la memoria attraverso lettere, cartoline, fotografie, diari, oggetti, medaglie, affinché non si spenga il ricordo di quel grande sacrificio che ha coinvolto un’intera generazione di giovani: per raccontare ai giovani d’oggi le tante storie dei loro coetanei al fronte, per capire chi siamo e da dove veniamo, e su cosa si fonda la nostra libertà, difesa ad ogni costo da quei soldati. La vicenda dei prigionieri poi è ancora meno nota, anche se ha riguardato quasi 600 mila soldati, la metà dei quali catturati in seguito alla disfatta di Caporetto. Le loro testimonianze fanno capire quante sofferenze hanno patito, abbandonati dal Governo italiano perché equiparati ai traditori, e particolarmente significative sono le piccole faticose attività cui si sono dedicati per non morire di inedia. Gli oggetti, i disegni e i diari in mostra danno una vivida testimonianza di queste vite sospese e della delusione che ha accompagnato il faticoso ritorno a casa.

I diari di Angelo Rognoni sono memorabili...

I primi documenti che ho potuto analizzare sono stati i diari di due giovani soldati pavesi, che mi hanno colpito per l’intensità del racconto: i diari di Angelo Rognoni e di Giuseppe Resegotti, entrambi partiti da Pavia e internati prima nel campo di prigionia per soldati semplici di Crossen am Oder, poi in quello per soli ufficiali di Celle, vicino ad Hannover. Entrambi questi diari sono così vividi da trasportarti in prima linea e farti vivere quello che loro hanno visto e patito.

Gli ufficiali, reclusi invece gran parte a Celle Lager in Germania, tornarono con profonde ferite impresse nell’anima e i sopravvissuti preferirono il silenzio...

Per lungo tempo, i reduci dai campi di prigionia non hanno raccontato ciò che avevano visto e subito, l'abbrutimento cui sono stati costretti, e le atrocità della guerra, da un lato poiché la nascente ideologia fascista preferiva relegare nell'oblio tutto ciò che riguardava Caporetto e i prigionieri italiani, considerati alla stregua dei traditori; dall'altro, perché i ricordi erano talmente penosi che si preferiva lasciarli alle spalle. Molti reduci però hanno ricostruito la prigionia in diari e racconti, in forma privata, che sono arrivati fino a noi.

Vuoi descrivere da cosa è costituita la mostra?

La mostra si apre sullo straordinario Film di prigionia di Angelo Rognoni, che racconta attraverso l'immediatezza della sintesi futurista la cattura e il periodo della prigionia. Si ricostruisce poi il periodo futurista di Rognoni e dell'amico Soggetti tra 1916 e 1917 e si espone il materiale che documenta la loro esperienza nel conflitto. Seguono poi le storie di tanti altri giovani soldati, con un focus particolare su Celle Lager e sulla Croce Rossa, grazie alla quale poterono arrivare i pacchi di viveri di fondamentale necessità per i prigionieri ridotti alla fame.

Tra gli ufficiali prigionieri ci furono anche numerosi scrittori, come Carlo Emilio Gadda, Bonaventura Tecchi, Ugo Betti e diversi artisti e musicisti, come Francesco Nonni, lo stesso Rognoni. Ce ve vuoi parlare?

Il fatto che Celle Lager fosse un campo per ufficiali significava anche che i prigionieri avevano un certo livello di educazione e di cultura. Per combattere l'inedia, quasi tutti scrivevano diari, facevano disegni e inscenavano anche delle commedie in un teatro di fortuna. Inventavano menu immaginari, realizzavano i costumi per gli attori, occupavano il tempo con operazioni semplici, che non comportassero l'utilizzo di troppe forze, di cui ormai non disponevano più.

Tra le molte testimonianze, quale ti ha colpito maggiormente?

Tra le testimonianze che sono venute alla luce, quella di Silvio Santagostino mi è parsa molto significativa. Pittore diplomato all'Accademia di Brera, Santagostino fu internato in un campo di prigionia in Ungheria. Invece di tenere un diario, utilizza il disegno e l'acquerello per tenere memoria di ciò che gli succede. Arriva a scambiare ciò che ha di più prezioso, il pane, per comprare carta e colori e realizza acquerelli e disegni meravigliosi, che abbiamo il privilegio di esporre per la prima volta.

I cittadini pavesi si sono resi partecipi a fornire documenti preziosi dei loro familiari?

Grazie ad un appello sulla Provincia Pavese, moltissimi cittadini pavesi ci hanno portato i loro cimeli, lettere, cartoline, medaglie, che contribuiscono a ricostruire la storia collettiva. A loro va il nostro più grande ringraziamento.




 
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