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di Stefano Pariani

vecchie stazioni di milanoL'immagine del treno e della sua velocità, della sua lunga fila di carrozze che attraversa i più svariati panorami, hanno suggestionato quel fervido periodo di novità e progresso a cavallo tra XIX e XX secolo. Nel vecchio e nel nuovo mondo, dove hanno avuto forse più che altrove un'immagine quasi mitica negli scenari del west, il treno e la ferrovia significavano viaggi più comodi e veloci rispetto alle carrozze trainate da cavalli e la possibilità di raggiungere località più o meno lontane per lavoro o per svago. Con la ferrovia nacque di conseguenza anche la stazione, sorta di “luogo-non luogo” legato a partenze, arrivi, attese o semplicemente transiti.

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di Stefano Pariani

Santa Maria - ParianiLa storia di Milano – le pagine di Ok Arte lo hanno evidenziato in varie occasioni - è anche storia di edifici e monumenti che hanno affrontato nel corso dei secoli vicende alterne, abbandoni, talvolta frutto di incuria dei beni artistici, talvolta semplicemente del corso degli eventi. Santa Maria della Pace (via San Barnaba 40) rientra nel novero delle chiese dal glorioso passato, che oggi vivono silenziosamente in disparte i nostri giorni dove tutto si avvicenda con rapidità.

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Ci sono luoghi, a volte nemmeno tanto lontani dalle grandi città, che con i loro scenari e il sovrumano silenzio che li avvolge proiettano l'uomo in una dimensione fuori dal mondo e dalle sue ansie quotidiane. Uno di questi è la Val Staffora, nell'Oltrepò pavese, che si estende con i suoi rilievi in un lembo di territorio lombardo a cavallo tra il territorio emiliano e quello ligure-piemontese; la zona è quella delle ultime propaggini dell'Appennino e lo sbocco verso il mare non è molto distante da quelle vette e da quelle valli. Qui, dove i tramonti in autunno indorano i rilievi e le nebbie ovattano di notte il paesaggio, sorge l'eremo di Sant'Alberto di Butrio, fondato dallo stesso Alberto, di cui non si hanno molte notizie biografiche, nell'XI secolo. Venne ad abitare in solitudine in questi luoghi verso il 1030 e intorno a lui cominciò a radunarsi una piccola comunità di eremiti, che seguivano la regola benedettina; Alberto divenne il loro capo spirituale fino alla sua morte, avvenuta nel 1073. In seguito l'eremo crebbe in potenza e in numero di monaci ed ospitò personaggi famosi, tra cui, secondo tradizione, il fuggiasco re d'Inghilterra Edoardo II Plantageneto, che morì e fu sepolto proprio qui. Il complesso eremitico si compone di tre edifici: i primi due, in semplice stile romanico, sono la chiesa di Santa Maria, eretta da Sant'Alberto, e la Chiesa di Sant'Alberto, edificata subito prima o subito dopo la morte del santo e che conserva gli affreschi artisticamente più pregevoli. Il terzo edificio è la Chiesa di Sant'Antonio, risalente al 1300 circa. Il primo ambiente che accoglie il visitatore è la Chiesa di Sant'Antonio, quasi interamente affrescata da dipinti risalenti al 1484, che parlano un linguaggio semplice e locale, certamente lontano dalle novità rinascimentali provenienti dalla Toscana e dalla stessa Lombardia e legati ancora allo stile gotico-internazionale. Si tratta di affreschi che raffigurano per lo più santi a figura intera, alcuni cari alla tradizione locale e contadina, e Madonne in trono col Bambino, spesso privi di solidità corporea. I loro colori delicati e raffinati, tendenti soprattutto al giallo, al verde e al rosso, e gli sfondi privi di riferimenti spaziali pongono queste figure al di fuori del tempo, in un'altra dimensione, e la loro staticità frontale pare alludere a valori eterni e immutabili. In questo primo edificio s'incontra sulla parete d'entrata una teoria di Santi elegantemente vestiti: si riconoscono da destra un Santo Stefano dal volto mesto, San Sigismondo, dall'abito alla moda del tempo, Sant'Antonio Abate, San Girolamo e San Contardo d'Este. Nella lunetta superiore si trova Dio Padre benedicente dalla lunga barba bianca circondato da due angeli che suonano le trombe e che ricordano le finezze esecutive delle miniature coeve. Su un'altra parete quattro Sante si stagliano su di uno sfondo giallo decorato a motivi floreali: si tratta di Sant'Agata, dai capelli biondi e sciolti, Santa Lucia con finissimo abito bianco trapuntato di fiori rossi, Santa Caterina e Santa Apollonia. La lunetta soprastante rappresenta l'Incoronazione della Vergine, in elegante abito rosso lumeggiato nelle pieghe e manto giallo che, allargato da due angeli, si apre e offre riparo ai fedeli inginocchiati. In grembo alla Madre, che ha una certa maestosità ieratica, siede il Bambino in atto benedicente.

La lunetta di un'altra parete è invece affrescata con un interessante “San Sebastiano”, il cui martirio è rappresentato su di uno sfondo giallo decorato a motivi floreali e un prato verde ravvivato da pochi elementi vegetali. Gli arcieri che lo trafiggono, in fogge quattrocentesche, hanno pose per così dire ingessate e poco dinamiche, come se l'autore avesse voluto rendere meno cruenta la scena; San Sebastiano, dal volto giovane e delicato, ha lo sguardo rivolto verso lo spettatore ed occhi intensi e dolci. La parete a fianco è affrescata con scene della vita di Santa Caterina, che raffigurano gli episodi rilevanti della sua vita culminanti col martirio sulla ruota e con la decapitazione. Il gusto è aneddotico e popolare, ma non manca una certa vivacità narrativa. Di gusto fiabesco il vicino affresco di San Giorgio che uccide il drago e salva la principessa, soggetto ricorrente nella pittura tre-quattrocentesca. Entrando nell'adiacente spazio, quello della Chiesa di Santa Maria, si trova un ambiente più piccolo e meno affrescato, ma con dipinti più pregevoli rispetto ai precedenti, come la Madonna in trono con Bambino affiancata dai Santi Alberto, Apollonia, Lucia e Antonio Abate. La Madonna è seduta su un trono ligneo ed indossa un elegante manto bianco decorato a fiori rossi con risvolti interni verdi. La luce risalta le varie tonalità del bianco e i panneggi appena accennati. Tra i santi spicca Sant'Alberto dallo sgaurdo penetrante e dalla sinuosa barba bianca. Le due Sante, non particolatrmente caratterizzate nei volti, sono vestite con raffinati abiti quattrocenteschi. Un altro affresco rappresenta nuovamente la Madonna in trono col Bambino affiancata da un San Girolamo dalla barba lunghissima ed un San Rocco abbigliato da pellegrino con bastone e bisaccia. La mano appare diversa da quella del precedente affresco e in particolare i due santi sembrano appiattiti sullo sfondo, ma la cosa migliore del dipinto è il gesto tenero e affettuoso tra madre e figlio, che avvicinano i loro volti in un abbraccio: la loro esecuzione traspare di dolcezza. Degno di nota, infine, un San Sigismondo Imperatore caratterizzato dal volto giovanile incorniciato da capelli biondi arricciati e da una veste gialla elegantemente decorata con interno in ermellino. Resta un'incognita il realizzatore di tutti questi affreschi. Tradizionalmente venivano attribuiti ai fratelli Manfredino e Franceschino Boxilio, che avevano una fiorente bottega a Tortona ed erano attivi nelle zone limitrofe e fino a Genova: spetta a loro, ad esempio, la decorazione della Pieve di Volpedo. Secondo più recenti ipotesi gli affreschi di Sant'Alberto potrebbero essere stati realizzati dagli stessi monaci dell'eremo che appositamente non hanno voluto firmarsi in segno di umiltà. Recarsi all'eremo di Sant'Alberto significa non solo immergersi in un affascinante percorso artistico o, per chi ha fede, in un momento di spiritualità e preghiera, ma anche lasciarsi emozionare da un luogo ricco di bellezze naturalistiche, tra pascoli e boschi di abeti e castagni, e da una terra genorosa, quella dell'Oltrepò, che ha da offrire a chi la visita i suoi frutti più genuini.

Stefano Pariani

Eremo di Sant'Alberto di Butrio

Via Fr. Sant'Alberto Di Butrio, 59

27050 Ponte Nizza (Pv)

Tel. 0383.542179

di Stefano Pariani

ParianiCorreva l'anno 1487 quando, secondo le cronache cittadine, in una stretta via di Lodi l'immagine trecentesca di una Madonna col Bambino, raffigurata all'esterno di una taverna-bordello, cominciò a lacrimare. Il fatto misterioso e straordinario era per molti chiaro: in quell'edificio avvenivano ogni giorno duelli, litigi e risse tra ubriachi e prostitute ed era ora di dare una svolta a quel posto malfamato. Pare che la Madonna stessa abbia pronunciato queste parole: “Cessino ormai tante liti e lascivie, e casa così impura sia alla mia pudicizia consacrata”. Le autorità cittadine si prodigarono subito per costruirle un tempio e la denominazione “civico”, che ancora mantiene, si spiega in quanto furono proprio le autorità laiche e i cittadini a promuoverne la costruzione. In quel periodo l'arte lombarda stava vivendo gli anni più intensi del suo Rinascimento e il tempio di Lodi ne è uno dei più importanti esempi. Come architetto fu chiamato Giovanni Battagio, lodigiano e allievo del Bramante, attivo anche nel cantiere di Santa Maria presso San Satiro a Milano.

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di Stefano Pariani

libertygalleria fotografica La chiamavano Art Nouveau in Francia, Arte Floreale in Italia, Jugendstil in Germania, ma il nome che probabilmente a tutti è più famigliare per quell'arte che ha attraversato l'Europa a cavallo tra il XIX e il XX secolo è “stile Liberty”. Un'espressione artistica elegante e molto decorativa, che dall'architettura alla scultura, dalle vetrate agli arredi d'interni ha caratterizzato i brillanti e gioiosi anni della Belle Epoque.


Milano è senza dubbio una tappa importante del Liberty italiano; nei primi anni del Novecento la città era in piena espansione industriale e la borghesia si affermava, mostrando la propria influenza anche attraverso le eleganti dimore in cui risiedeva. Al pari di altre città europee - Parigi su tutte - anche Milano viveva i suoi anni spensierati e opulenti, poco prima degli avvenimenti bellici che avrebbero nel giro di qualche anno sconvolto l'Europa. In città sono disseminati in molte vie esempi più o meno notevoli di architettura liberty, ma Porta Venezia è probabilmente la zona che meglio di altre può vantare un elevato numero di palazzi liberty, tutti di una certa importanza.

Duomo di Piacenzadi Stefano Pariani

C'è una fervida creatività che attraversa nel Medioevo le terre della bassa Lombardia e dell'Emilia e che ha dato i suoi più prestigiosi frutti nelle cattedrali romaniche. Ne sono noti esempi - solo per fare due nomi - il duomo di Parma e di Modena, che videro all'opera grandi architetti e scultori dell'arte romanica, come il maestro Lanfranco, Wiligelmo e Benedetto Antelami. Anche nel cuore di Piacenza, placidamente adagiata appena al di là del Po, all'ingresso del territorio emiliano, c'è un'antica cattedrale ricca di storia. In periodi come questo è tutta avvolta dalla nebbia che s'alza nelle tarde ore del pomeriggio e ovatta di silenzio la piazza in cui si erge. I documenti la vogliono costruita tra il 1122 e il 1233, in seguito ad un potente terremoto che devastò la zona nel 1117 e che fece crollare diversi edifici di Piacenza, tra cui la vecchia cattedrale di Santa Giustina.

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Stefano Pariani san michelegalleria fotografica

I pavesi la chiamano “la chiesa di polenta”, perché l'arenaria color ocra con cui fu costruita la facciata è una pietra molto fragile e nel corso dei secoli si è facilmente deteriorata, levigata dallo scorrere del tempo, dalle intemperie e dalla nebbia, facendo somigliare l'edificio ad una costruzione di farina gialla. La chiesa di San Michele è uno dei più grandi esempi di Romanico lombardo e si erge in tutta la sua maestosa imponenza in una silenziosa piazzetta nel cuore di Pavia, lontano dal rumore cittadino della vicina Strada Nuova.

di Stefano Pariani

Chiesa San SepolcroE' finalmente tornata visitabile dopo 50 anni di chiusura e dopo i recenti restauri la cripta della chiesa di San Sepocro a Milano, luogo che si lega strettamente alla storia più antica della città meneghina. Entrarvi significa infatti mettere piede letteralmente su centinaia di anni e respirare un'atmosfera che ha quasi del surreale. Leonardo nel “Codex Atlanticus” realizzò una pianta a volo d'uccello di Milano ed indicava la chiesa come il vero centro della città, il punto dove anticamente, in epoca romana, si trovava l'incrocio tra il Cardo e il Decumano; si è dunque nel cuore della città, luogo non solo fisico, ma anche simbolico.

di Stefano Pariani
guastalla Nei giorni d'estate come questi, trovare una piccola oasi di riposo nel caos e nella calura cittadina pare quasi una benedizione. Milano, è cosa risaputa, spesso nasconde meraviglie all'interno di cortili o in angoli poco visibili ai più: rientrano in questa “categoria di nicchia” i giardini della Guastalla, affacciati su via Francesco Sforza, di fronte all'Università Statale e compresi tra l'Ospedale Maggiore e Palazzo Sormani.
 

di Stefano Pariani

ortica“Faceva il palo nella banda dell'Ortica, faceva il palo perchè l'era il so mestè”. Così cantava Enzo Iannacci negli anni Sessanta a proposito di una banda criminale della zona, rendendo noto al grande pubblico il quartiere dell'Ortica, periferia est di Milano. Strette vie avvolte nella nebbia, l'Ortica era anni fa un quartiere di fabbriche frequentato dalla “ligera”, la vecchia mala milanese un po' improvvisata, dove fare il palo era un vero e proprio mestiere. Ora i tempi sono mutati e la nebbia fitta e ovattata è (quasi) un ricordo: quel che resta è un tranquillo quartiere che vive di botteghe artigianali, bar e qualche trattoria, lontani dai locali modaioli e di tendenza del centro cittadino. L'orizzonte è caratterizzato dalla ferrovia che taglia il quartiere con i suoi ponti e scandisce il tempo col passare dei treni provenienti dalla vicina stazione di Lambrate, mentre su uno sfondo che pare davvero lontano si vedono gli svettanti grattacieli di vetro della modernissima zona di Porta Nuova/Garibaldi, quasi un mondo a parte.

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