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SAGGIO: "LA MISOGINIA DI BAUDELAIRE" (di R.Z.)

(di Roberto Zaoner)

 SAGGIO LA MISOGINIA DI BAUDELAIRE

Charles Baudelaire nasce a Parigi il 9 aprile 1821. E’ considerato uno dei più importanti poeti del XIX secolo. E’ stato un anticipatore del decadentismo, movimento artistico e letterario nato in Francia nel XIX secolo e sviluppatosi anche in Europa fino ai primi anni del novecento, in contrapposizione alla razionalità del positivismo scientifico e del naturalismo. Il positivismo, nato nella prima metà dell’Ottocento, derivava dall’esaltazione del progresso scientifico e interagiva su tutto ciò che mostrava praticità, interesse materiale, escludendo motivi di ordine ideale o affettivo. Il movimento era teso alle conoscenze delle scienze sperimentali. Il decadentismo derivava dall’aggettivo francese décadent, coniato dal poeta francese Paul Verlaine nella sua lirica Langeur (languore, cioè: struggimento), pubblicata sulla rivista francese “Le Chat Noir”, per definire lo stato d’animo in cui vissero gli esponenti nella loro società. Il movimento riflette due aspetti: quello negativo, espresso dalla critica che definiva i decadentisti: “poeti maledetti”, termine usato dalla critica in senso dispregiativo, perché i rappresentanti davano scandalo e avrebbero potuto far insorgere reazioni negative contro la società del tempo, incitandoli al rifiuto della morale borghese come espressione artistica e letteraria e nella pratica di vita. L’altro aspetto, rivendicato dai seguaci del movimento, era positivo, perché inteso come nuovo modo di pensare, dando quindi ossigeno alla nascita di nuove idee e pensieri che prima non si erano mai espressi. Amici di Paul Verlaine (Tristan Corbière, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé) erano definiti: “poeti maledetti”. Tale qualifica vestì però tali esponenti di un mito aureo, e saranno seguiti dai loro epigoni, imitati dai loro seguaci. Per certi versi il decadentismo era più seguito del positivismo, in quanto quest’ultimo non era stato capace di dare risposte soddisfacenti all’uomo nelle sue esigenze estetiche e di gusto, in quanto le conquiste e scoperte scientifiche dell’epoca erano sentite quasi come una limitazione alla creazione dell’arte intesa in senso più ampio dagli ambienti culturali e artistici, intesi come creazioni letterarie e figurative. 

 

 

 

Il positivismo era stato dunque inteso come incapace di dare agli uomini risposte sui suoi desideri e sui suoi bisogni e lontano dal coinvolgimento di sentimenti e aspirazioni. La scienza dovette ammettere i suoi limiti perché non in grado di dare una risposta pur convincente alla complessità dei problemi esistenziali dell’uomo. E dei fenomeni naturali non era in grado di spiegare, ma solo di classificarli e di categorizzarli. Al di là dunque di questa lunga trattazione, ove non ci si voglia dilungare nella digressione del tema, giova occuparsi della descrizione della vita intensa, vissuta ai limiti della possibilità umana, dedita ai piaceri, ai vizi, alle sregolatezze del poeta Baudelaire. Un giorno ebbe a dire, riguardo alle donne, che si meravigliava che ad esse era permesso di entrare in chiesa e si chiedeva, in modo sarcastico di cosa potessero parlare. “Con Dio?” si chiedeva. E aggiungeva che:

 

“amare le donne intelligenti è un piacere da pederasti” e che “si devono amare quelle che sono diverse da noi.”

 

“L’atto dell’amore somiglia più ad una tortura, ad una operazione chirurgica, ed è un delitto che si compie col complice. Ecco allora l’inferno, il peccato, il diavolo, perché fonte di piacere e di dolore. E l’amore stesso si allontana sempre più dalla semplicità, dal candore della natura, senza che vi sia alcuna volontà di cancellare il male che si è depositato nell’atto dell’amore." SAGGIO LA MISOGINIA DI BAUDELAIRE 2

 

 

L'amore è inteso dal poeta come fascino per la bellezza e gusto per la vita, ove l’esistenza possa trascorrere nel pieno della pace interiore e la serenità possa essere anch’essa predominante. Ma, accanto a queste idee ne affioravano di altre, ove l’amore era accostato alla spregiudicatezza, alla trasgressione e alla sessualità distorta. A trentuno anni, tentò di sedurre Madame Apollonie Sabatier, bohémienne, Musa di molti artisti dell’epoca. Essa divenne qualche anno più tardi sua amante. Ma il loro sentimento era imperniato con tratti mistici e sublimi, alla ricerca del bello-ideale (amore platonico-romantico) che ha ispirato in lui alcune delle più belle poesie della sua maggiore e più conosciuta opera: “Les Fleurs du mal” (“I fiori del male”), che ha influenzato molti autori successivi, i cosiddetti “poeti maledetti” e “gli scapigliati” italiani. Con Jeanne Duval, invece, che fu la sua amante dal tempo immemore, l’amore era di tipo carnale-sessuale, affascinante e al tempo stesso diabolico, sadico e pericolosamente mortifero e che richiamavano fantasmi che avrebbero costretto gli amanti all’autodistruzione. La vera volontà del Baudelaire era quella di rivedere la donna in auge, come simbolo di purezza che lui però, al tempo stesso riteneva fosse impossibile, non sottraendosi dal ripercorrere con la mente la cruda realtà. Egli non sopportava di vivere in un’epoca che aveva abolito le tracce del peccato originale, una scelta questa per lui “ridicola”. Il peccato, diceva, che non era possibile abolirlo perché legato al piacere, come pure al rimorso. Diceva:

 

“Il piacere, fratello del disgusto, invade la coscienza di chi ha incontrato e quindi conosciuto il male”.

  

Si deve considerare Baudelaire come anticipatore del “poeta maledetto”, e forse possiamo trovare in lui alcune tracce predominanti nel carattere del “maledettismo”, laddove si percepisce che vive tra religiosità, irreligiosità e addirittura misoteismo (o malteismo), inteso non come negazione di Dio, ma come un Dio malvagio, crudele e bugiardo, che non merita di essere venerato. Si comprende subito che un animo che è spinto da questi sentimenti contrastanti non può non essere tormentato egli stesso e tende all’autodistruzione. Da ricordare che per ben tre volte Baudelaire aveva tentato il suicidio, peraltro spinto dalla sua precaria condizione di salute e dalle sue scarsissime risorse economiche, sempre squattrinato, perché dedito alle dissolutezze lungo il corso della sua vita, avendo dilapidato gran parte del patrimonio di suo padre, per aver condotto una vita oltre le sue possibilità economiche. Se a tutti questi elementi aggiungiamo i difficili rapporti col patrigno e la mancanza del rapporto con la madre, abbiamo un quadro completo del suo malessere mentale che lo conduceva dritto alla droga, all’alcol e ad abbandonandosi nelle braccia delle prostitute, da cui contrasse la gonorrea e la sifilide, che lo condussero alla morte ai soli quarantasei anni. Vita senza regole e irrefrenabile la sua. Charles Baudelaire, considerato uno dei poeti più influenti del XIX secolo, esponente chiave del simbolismo e uno dei maggiori precursori della letteratura decadente, ebbe un’infanzia infelice. Nato in una casa del quartiere latino, a Parigi, suo padre era un ex sacerdote e capo degli uffici amministrativi del Senato, amante dell’arte e in particolar modo della pittura. Era sposato in seconde nozze con la madre di Charles. Da bambino il poeta rimase orfano del padre, e la madre che aveva riversato tutto il suo amore per suo figlio si risposò con un certo Jacques Aupick, un tenente colonnello, poi diventato generale, che a causa della sua rigidità in aggiunta alla sua freddezza e al suo perbenismo borghese si guadagnò presto l’odio del giovane Charles. Il poeta vide il matrimonio della madre come un tradimento e non le perdonò mai quell’unione col futuro generale. Da qui, forse, inconsciamente, l’adolescente Baudelaire cominciò a covare per simbiosi odio verso le donne. Egli ebbe con la madre un rapporto sempre più tormentoso, al culmine del quale molti anni dopo i due preferirono rompere il rapporto madre-figlio. Un brutto colpo per il giovane e sicuramente anche per la madre, che però per non andare contro al duro Jacques Aupick, gli preferì quest’ultimo, distruggendo il rapporto col figlio, per poi volendo nuovamente occuparsene nell’ultimo periodo in cui Charles dette addio alla vita. Il rancore del poeta per la madre era così cocente da spingerlo a covare vendetta e ad avvertire il bisogno di farla soffrire. Nel 1833 Charles entrò nel Collegio reale di Lione, città dove si trasferì la famiglia a causa del lavoro del patrigno. Tre anni dopo Aupick, avendo avuto una promozione a colonnello, ritornò a Parigi con la famiglia, e Charles cominciò a frequentare il collegio Louis-le Grand con profitti altalenanti. Un suo compagno di classe così lo descrisse:

 

“Era molto più raffinato e distinto degli altri studenti del liceo…siamo legati l’uno con l’altro…da condivisi gusti e simpatie, il preconscio amore per le fini opere di letteratura”.

 

Ma Baudelaire si rivelò incostante negli studi; a volte diligente e altre volte più soggetto ad oziare. Nonostante avesse ottenuto il secondo premio di composizione in versi latini, fu espulso dal liceo per indisciplina. Nondimeno questo brutto episodio Charles riuscì a conseguire il diploma di “baccalauréat” nello stesso liceo che frequentava. Finito il liceo, il giovane si appassionò alla carriera letteraria e cominciò a frequentare artisti e scrittori dediti a uno stile di vita “bohemién”. Durante questo periodo cominciò a frequentare prostitute e presumibilmente contrasse la gonorrea e la sifilide, che saranno probabilmente la causa della sua morte, circa tre decenni dopo. Oltretutto, intrattenne pure una relazione fissa con una giovanissima prostituta ebrea, di nome Sara. Due anni dopo, nel 1842 conobbe quella che divenne l’amante fedele fino alla sua morte: una certa Jeanne Duval, chiamata: “La Venere Nera”, danzatrice e attrice teatrale, creola, di origini haitiane, africane e francesi, figlia illegittima di una prostituta di Nantes. La storia d’amore fu appassionata e turbolenta al tempo stesso. Secondo la madre di Baudelaire, la donna “lo torturava ogni giorno” e prosciugava suo figlio di ogni avere e opportunità. Jeanne venne abbandonata dalla sua famiglia. Grazie alla sua repentina celebrità, il giovane poeta cominciò a condurre una vita fatta di agi e di lussi al limite delle sue possibilità economiche che lo condussero poi alla miseria. Amava frequentare circoli artistici e si vestiva alla moda come “dandy”, in modo esclusivo e con abiti costosissimi. Amava circondarsi, oltretutto, di opere d’arte e libri. E così, il patrimonio paterno che gli era stato lasciato si ridusse alla metà del suo valore. La madre, su consiglio del patrigno, fu costretta a interdirlo e ad affidare il suo restante patrimonio ad un notaio. Fu in questo periodo che Baudelaire frequentò il Club des Hashischins (o Club di mangiatori di hashish), un circolo parigino di letterati e intellettuali, frequentati anche da Victor Hugo, Honoré De Balzac, Alexandre Dumas, Eugène Delacroix, Théophile Gautier, Jacques-Joseph Moreau, e dedito all’esplorazione delle esperienze allucinogene prodotte dalle droghe, in particolare dell’hashis. 

SAGGIO LA MISOGINIA DI BAUDELAIRE 3

 

Considerando, quindi, il suo travagliato rapporto con la madre e con le donne con cui visse, si può ragionevolmente pensare che la donna per lui era simbolo del peccato e dell’amore e oggetto di culto ma anche di esecrazione, odio e maledizione. Da qui un’ossessiva forma di misoginia. Sentimento di repulsione ora tragica, ora satirica. La donna viene vista come un essere volgare, l’opposto del “dandy”. La sua figura è avvicinabile a un vampiro amato e odiato, che viene poeticamente elevato o violentato con crudezza. Baudelaire ha orrore della donna perché essa è legata ai propri bisogni; se ha sete beve, se ha fame mangia. Sostiene che la donna non sa separare l’anima dal corpo. Baudelaire intravvede in essa una delle forme più seducenti del diavolo, della cui esistenza è ben convinto.

 

Roberto Zaoner

24, 25 e 26 dicembre 2020

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