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Gastel e la luce di Milano

«Lo zio Luchino Visconti era rigoroso ma geniale»

a cura di Francesca Bellola

Il covid ha colpito anche Giovanni Gastel. Ho avuto modo di conoscerlo e di apprezzare la sua eleganza, sensibilità ed il profondo gusto estetico. Nella mia ultima intervista a Il Giorno del 1 febbraio, mi aveva colpito questa sua riflessione: "Questo periodo di emergenza sanitaria lo vivo come un attacco alieno". Mi mancherà un poeta che sapeva descrivere la bellezza con le immagini.

Espressione della sua arte: eleganza, bellezza, armonia. Non solo. Spontaneità, disciplina e una buona dose di autoironia sono alcune delle caratteristiche che lo contraddistinguono. Giovanni Gastel, fotografo di fama internazionale con una straordinaria carriera costruita in oltre quarant'anni, ha ritratto le donne più belle al mondo: da Naomi Campbell, a Chrystee Tarlon Kirsten, da Eve Marilyn a Linda Evangelista. Gastel, classe 1955, milanese, nonché nipote di Luchino Visconti, è nel Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, della Triennale e della Fondazione IEO-CCM.

 Cosa pensa e come sta vivendo questo periodo di emergenza sanitaria?

«Lo vivo come un attacco alieno all'umanità. Speravo di combatterlo in un mondo unito e coeso, cosa che in realtà non è successa».

Crede negli alieni?

«Non lo escludo, c'è una tale miridiade di possibilità, mi sembra strano che nell'universo la vita si sia sviluppata solo sulla Terra, magari esiste in forme diverse.

Come va il suo progetto editoriale “FC - Fotografia e(è) Cultura”?

«Bene, è una rivista semestrale di nicchia, di approfondimento e di ragionamento sui linguaggi fotografici e anche sulla trasversalità dell'arte».

A cosa sta lavorando?

«Sono preso in vari settori. Campagne redazionali di moda per Hearst, in particolare Elle. La mostra “The people I like”, curata da Uberto Frigerio - con oltre 200 ritratti - al MAXXI di Roma, è andata bene e prossimamente verrà anche alla Triennale di Milano. Poi è uscito il libro “Dare del Tu alla bellezza”. Frammenti per una inquieta conversazione". E' un dialogo tra me e lo scrittore e poeta Davide Rondoni, per Lamberto Fabbri. Un piccolo gioiellino».

Progetti futuri?

A breve uscirà un volume sulle Madonnne andine e barocche, tema a me caro.

Cos'è il ritratto?

«E' un atto di seduzione reciproco che apre delle prospettive di analisi interessanti. Io sono un filtro per vedere oltre l'apparenza e dare una mia lettura intima e personale di chi mi sta davanti».

Quando ha capito che la fotografia sarebbe diventata la tua professione?

«Abbastanza presto, quando un mio amico comasco mi pagò 20 mila lire per fare dei ritratti, ho pensato potesse diventare il mio lavoro. Intorno ai 17 anni ho aperto il primo studio “Alessandria's Studio” dal nome della mia fidanzata che mi ha spronato a fare le fotografie, anche se il mio primo amore era la poesia che continuo a pubblicare. Successivamente lei mi ha mollato, ma le sono riconoscente».

Lei ha ritratto le donne più belle al mondo. Chi vorrebbe immortalare?

«Non ho mai fotografato Kate Moss. Neppure la Merkel. Secondo le Scritture quando risorgeremo saremo luminosi e perfezionati. Ecco, voglio entrare in competizione con Dio».

Anche Vasco Rossi è nella sua collezione...

Appena entrato in studio Vasco era di pessimo umore. Un po' rude mi chiese: «cosa devo fare?!?!. Io risposi sorridendo “Quel c***o che vuoi».

Quanto è importante la luce?

«La luce è fondamentale. Non tutti vanno bene con la stessa luce, bisogna adattarla al personaggio che la deve emanare oltre che riceverla. E' un punto di forza della mia ritrattistica».

Come è cambiata la fotografia analogica rispetto a quella digitale?

«Ritengo che il digitale segni la nascita della fotografia. Tutto quello che abbiamo fatto prima è archeologia. Quindi trovo questo mezzo meraviglioso e difficilissimo. Devo giocare con la macchina, per farla sbagliare, altrimenti faremmo tutti la stessa foto».

Che differenza c'è tra la scrittura e la fotografia?

«Uso due linguaggi espressivi in maniera diversa. La fotografia per raccontare il mondo che vorrei, la bellezza, l'eleganza, il rispetto, anche come etica morale. La poesia per andare in profondità». Sono cresciuto da genitori elitari anziani in un ambiente culturalmente ineccepibile, basato sull'educazione, la tolleranza, il rispetto, ma nei fatti irreale. Per fortuna la moda aveva bisogno di trasmettere sogno ed eleganza e mi ha reclutato facendo di me un fotografo di successo».

Il suo studio è in una zona strategica...

«Quando Flavio Lucchini, direttore di Edimoda ha fondato “Donna” in zona Tortona, con Ferri e Toscani ci siamo trasferiti in quell'area completamente disabitata. Così è nato un piccolo 'village' intorno a noi».

Tiene molto alla milanesità.

«Adoro Milano, sono cresciuto da genitori elitari, mia madre è una Visconti, per cui milanesissima, papà lo è da dieci generazioni. L'ho sempre amata. Prima del Covid ero felice perchè la vedevo risplendere anche per l'incremento del turismo. Sono legato a Beppe Sala perchè penso stia lavorando molto bene».

Un ricordo di suo zio Luchino Visconti...

«Era dolcissimo nei rapporti familiari ma anche severo. Mia madre, a 17 anni, mi costrinse a fargli vedere le mie prime fotografie, volevo morire. Lui mi parlò come fossi un professionista, facendomi anche critiche. Fantastico. Per lui l'opera era più importante del successo, per finanziare un film vendeva la casa di Roma e andava a vivere in albergo. Quando lo pagavano, la ricomprava. Era rigoroso ma geniale».

Courtesy “Il Giorno” 

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«Io non provo orgoglio per tutto ciò che come poeta ho prodotto [...] Sono invece orgoglioso del fatto che, nel mio secolo, sono stato l'unico che ha visto chiaro in questa difficile scienza del colore, e sono cosciente di essere superiore a molti saggi». Questa considerazione di Goethe, deriva dal suo saggio “La teoria dei colori” pubblicato nel 1910.

Arturo Bosetti, eclettico artista, con un passato di docente di Disegno e Storia dell'Arte, nonché restauratore, ha colto sin dagli inizi della sua carriera, l'importanza della luce dalla quale scaturiscono i colori.


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