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Giovanni Allevi «Io, il talento e le tante fragilità»

a cura di Francesca Bellola

 Energia e simpatia, esuberanza e carisma. Giovanni Allevi, uno dei più grandi compositori e direttori d'orchestra, osannato dal pubblico internazionale, potrebbe apparire perlomeno egocentrico. Eppure non è così. Il Maestro “sui generis”, dai riccioli neri, laureato con lode in Filosofia e con due diplomi a pieni voti al Conservatorio in Pianoforte e Composizione, non ha mai nascosto le proprie angosce. Anzi, con i concerti sospesi durante questo periodo Covid, le ha focalizzate in due nuovi progetti: il libro “Revoluzione. Innovazione, follia e cambiamento” edito da Solferino, ed il programma “Allevi in the jungle”, visibile sulla piattaforma RaiPlay.

 

Nell'ultimo libro racconti le tue fragilità scaturite spesso in crisi di ansia...

«Revoluzione è un saggio filosofico, frutto della pandemia. Partendo da due episodi per me molto problematici, un blocco alle mani mentre suonavo il pianoforte durante un concerto a Tokyo e la fine della mia attività lavorativa per via del Covid, ho intrapreso un'indagine sulla fragilità umana, per approdare ad una inaspettata dimensione luminosa e liberatoria».

A 28 anni da Ascoli Piceno ti sei trasferito a Milano per lavoro. Quali sono i tuoi ricordi?

«Ricordo che il giorno in cui andai alla stazione per fare un biglietto di sola andata, c’era un sole bellissimo, mentre io mi sentivo morire. Ero disoccupato e lasciavo tutto per cercare un lavoro. A Milano trovai un impiego come cameriere, eppure l’affitto del monolocale era troppo alto. Per un periodo ho vissuto nell’indigenza».

Hai fatto il cameriere al Teatro alla Scala servendo al tavolo del Maestro Riccardo Muti. Com'è andata?

«E’ stata una impresa eroica che risale a 21 anni fa. Facemmo servizio alla cena di inaugurazione della Scala e il mio capo mi mise al tavolo personale del Maestro. Nella tasca del grembiule avevo il mio primo cd, ed ero pronto a porgerglielo, con il rischio di farlo innervosire e creare un incidente diplomatico. Invece ne fu molto contento, anche se poi lo dimenticò sul tavolo».

Da adolescente sei stato bullizzato. Per questo motivo avverti un senso di inadeguatezza?

«Al liceo mi sentivo sbagliato. Pensavo solo alla musica classica e alla filosofia, non dicevo una parola, ero timidissimo, pura tappezzeria, e tutti si divertivano a nascondermi le cose, come una bicicletta che ritrovai appesa ad un albero. Ma molti anni dopo, durante una pizzata con gli ex compagni, due ragazze carine mi si avvicinarono per chiedermi un autografo. Al tavolo è sceso un silenzio sbigottito».

“Allevi in the Jungle” è un racconto in giro per l'Italia alla scoperta dei talenti di strada. Ce ne vuoi parlare?

«E’ un esperimento di antropologia sociale in cui, in maniera estemporanea, interagisco e dialogo con artisti che hanno scelto la strada come palcoscenico. Voglio dimostrare che la vera cultura e l’innovazione nascono soprattutto dalla strada, dalle difficoltà della vita».

Hai suonato anche a Milano, come la vedi nel futuro?

«Sarebbe un sogno se la città tornasse ad essere ciò che ha rappresentato per i movimenti artistici e le correnti di pensiero dei primi del Novecento: un laboratorio, una fucina di incontro di idee, di sperimentazione, di eccessi. Credo che i tempi siano maturi per tornare a quella dimensione».

foto: Max Valerio

Courtesy “Il Giorno”

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«Io non provo orgoglio per tutto ciò che come poeta ho prodotto [...] Sono invece orgoglioso del fatto che, nel mio secolo, sono stato l'unico che ha visto chiaro in questa difficile scienza del colore, e sono cosciente di essere superiore a molti saggi». Questa considerazione di Goethe, deriva dal suo saggio “La teoria dei colori” pubblicato nel 1910.

Arturo Bosetti, eclettico artista, con un passato di docente di Disegno e Storia dell'Arte, nonché restauratore, ha colto sin dagli inizi della sua carriera, l'importanza della luce dalla quale scaturiscono i colori.


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