di Clara Bartolini

hayezQuest’anno Milano ci ha davvero conquistati. Sarà stata la voglia di far vedere al mondo chi siamo, cioè, cosa siamo ancora capaci di fare, ma da Expo in poi è stato un susseguirsi di successi. Centinai di eventi sparsi per tutta la città, concerti e performance in tutti i teatri. Il teatro alla Scala con un programma raddoppiato, e ora, orfani di Expo, per concludere questa stagione tanto ricca e stimolante che ha attirato milioni di visitatori, ecco un’ulteriore prezioso regalo alla città. La mostra voluta da Intesa San Paolo presentata nella sua sede di piazza della Scala a Milano, Gallerie d’Italia: HAYEZ. Realizzata in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Brera, Pinacoteca di Brera e le Gallerie dell’Accademia di Venezia. Curata da Fernando Mazzocca con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli è la più completa esposizione monografica su Francesco Hayez mai realizzata. Superlativa dicevo, per più di una ragione. Prima di tutto perché Hayez è un grande amore per gli amanti dell’arte di tutto il mondo. Il suo “bacio” è passato alla storia e i veneziani, Venezia era la sua città natale, malgrado suo padre fosse francese, ne sono felici. Ma la sua vita, l’artista l’ha spesa a Milano e la città lo ricambia con pari gratitudine.

 

A suo tempo dandogli onori e gloria oltre che denaro e ora annoverandolo tra i “suoi pittori”, avendogli dato anche una cattedra all’Accademia di Brera occupata dall’artista per molti anni. Perché Hayez è stato assai longevo e ha vissuto a Milano momenti molto importanti della storia italiana. Nel 1844 è a Napoli e Palermo per preparare I Vespri siciliani. Successivamente partecipa attivamente alle Cinque Giornate di Milano che ricorderà anche nel dipinto La meditazione. Amico di Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi oltre che di Gioacchino Rossini, era considerato da Stendhal quando scriveva all’amico Alphonse Gonsolin “Le premier peintre vivant” L’altra importante ragione è che la mostra presenta più di 100 tra dipinti e affreschi , ma non di quelli che servono a fare numero. Piuttosto le opere più significative, direi decisive, della sua carriera artistica. Si passa da una sala all’altra un po’ elettrizzati, col timore di confondere o perdere qualcosa. Si inizia con il bacio che sono in realtà tre baci, uno vicino all’altro, un effetto Andy Warhol ante litteram. Carrà si lamentava che il vestito della fanciulla sembrasse fatto di latta, ma noi non ci lamentiamo affatto. Al fianco diversi ritratti che lasciano quel senso di completezza nel cuore. Impareggiabile infatti l’acutezza con la quale l’artista sapeva cogliere ogni personaggio e la naturalezza della sicura pennellata. Si potrebbe dire che la ritrattistica sia per questo autore, l’espressione più vivida e felice. Infatti pretendeva molte sedute prima di finire l’opera. Ma nelle altre sale le grandi tele: Gli ultimi momenti del Doge Marin Faliero, La distruzione di Gerusalemme, Papa Urbano II sulla piazza Clermont predica la prima crociata e l’ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la propria famiglia solo per citarne alcuni, propongono temi tra il neoclassico, il romantico e il patriottico, con effetti scenografici a volte un po’ troppo decorativi ma certamente talmente vividi e sicuri che la sua pittura impegnata anche politicamente lascia sbalorditi. Un grande pittore idealista si diceva “il capo della pittura storica che il Pensiero nazionale reclamava in Italia”. Mazzini rivendicava il respiro europeo della pittura di Hayez e di lui soleva dire “ Pinge alla prima i suoi quadri , indi li invia a chi glieli allogò, senza tenerne disegni o ricordanze. E’ il genio che crea, ne mai si volge addietro.” Da vedere.


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