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Modigliani, soprintendente di Brera, a “tu per tu” con Monna Lisa

artisti costruttori di pace
 
di Ugo Perugini
Chi l’ha detto che la vita lavorativa di un soprintendente sia monotona, sedentaria o contemplativa? Ettore Modigliani (1873-1947), che fu a capo, per oltre 25 anni, di una istituzione prestigiosa come la direzione della Pinacoteca di Brera e la soprintendenza della Lombardia fino al 1935, dimostra proprio il contrario, raccontando le sue memorie, ora finalmente pubblicate da Skira.
Inaugurazione 01/06/2019
 
Chi l’ha detto che la vita lavorativa di un soprintendente sia monotona, sedentaria o contemplativa? Ettore Modigliani (1873-1947), che fu a capo, per oltre 25 anni, di una istituzione prestigiosa come la direzione della Pinacoteca di Brera e la soprintendenza della Lombardia fino al 1935, dimostra proprio il contrario, raccontando le sue memorie, ora finalmente pubblicate da Skira.

La sua vita di funzionario, serio e integerrimo, alle prese con la gestione di un patrimonio artistico di eccezionale importanza, fu decisamente avventurosa, sia per garantire la tutela dei beni affidatigli durante la Grande Guerra, ma anche per valorizzarli con sapienza e passione, grazie a mostre ed eventi espositivi che all’epoca ebbero una grande risonanza. Ma tutto questo, purtroppo, non fu sufficiente, dal momento che Modigliani, uomo di vasta cultura, plurilaureato, poliglotta, si dovette battere anche contro le meschinità di una certa burocrazia ottusa, per finire imbavagliato e perseguitato dal regime fascista che, dopo le leggi razziali, lo costrinse a nascondersi, rifugiandosi tra i monti delle Marche.

Quando, dopo la guerra, tornò a Brera come Ispettore incaricato, si rese conto delle tristi condizioni in cui si trovava Milano, Brera e i suoi più importanti monumenti e istituzioni “tutti sanguinanti di innumerevoli e spaventose ferite”. Ma di fronte a questo disastro, Modigliani, pur conscio che non gli rimaneva molto da vivere, si mostrò orgoglioso di “essere un operaio di questa ricostruzione”, sicuro che “questi immensi beni culturali” sarebbero risorti “a gloria della città, come prima, migliori di prima.”

L’importanza della memoria

I libri di memorie hanno un loro senso, particolarmente in questa epoca e per le nuove generazioni che sembrano destinate all’oblio, a dimenticare il passato, coinvolte dal profluvio quasi incontrollato di informazioni, che evaporano rapidamente senza lasciare traccia. Nei ricordi del passato non ci sono solo fatti, avvenimenti da riesumare, ci sono anche valori, principi, identità morali che vanno riscoperti e difesi e che ci dovrebbero consentire di evitare di ripetere gli errori compiuti.

Modigliani, il più longevo tra i direttori di Brera, raccolse i suoi ricordi, scritti con penna agile e sagace, per far conoscere la sua vita passata al servizio dello Stato ma soprattutto dell’arte e li concluse proprio il giorno in cui fu reintegrato a Brera. Era l’11 febbraio 1946. Morirà l’anno dopo, e il suo sogno di una “grande Brera” in parte venne portato a compimento da Fernanda Wittgens, sua fedele collaboratrice, che nel 1938 aveva prestato il suo nome alla pubblicazione del libro “Mentore” che Modigliani aveva scritto per fornire alcuni insegnamenti scientifici sulla sua professione, ma che a lui non era consentito firmare in quanto colpito dalle leggi razziali.

Le Memorie di Modigliani: l’arroganza di Mussolini e il tête-a-tête solitario con Monna Lisa

Ma torniamo alle sue “Memorie”. Anche questo lavoro è rimasto per molti anni sconosciuto ai più. E se non fosse stato per i nipoti - in particolare Enrico Pontremoli - che si sono prodigati in questo senso, e per la grande determinazione dell’attuale successore James Bradburne, non avrebbe visto la luce. Bradburne, bisogna dirlo, nella sua prefazione al libro, si riconosce nelle esperienze di Modigliani, a cominciare dalle contestazioni e dalle polemiche che accompagnarono la sua nomina, ma soprattutto per l’entusiasmo e la passione che hanno animato entrambi.

Grazie a loro, il libro ora è a disposizione di tutti coloro che vogliono ricostruire un’epoca, apprezzando il senso di un’esperienza unica e fondamentale per l’arte italiana. Il lavoro consta di quasi 300 pagine ed è pieno di fatti, personaggi, aneddoti, scene drammatiche ma anche esilaranti, talora arricchito di dialoghi in dialetto.
Come quando Modigliani fece trasportare in segreto numerose opere d’arte da Milano a Roma, in Vaticano, per proteggerle dalla guerra nel 1918. Tra queste, anche la Corona Ferrea in un’anonima cassetta. Quando il sovrintendente arrivò a destinazione era notte fonda, pioveva a dirotto e qui incontrò Mons. Achille Ratti. Non c’era nemmeno un facchino che li aiutasse ad aprire le casse e a sistemare alla meglio le opere. “… femm no di geremiadi “ disse Mons. Ratti, che il sovrintendente conosceva dal tempo in cui era prefetto dell’Ambrosiana e che di lì a tre anni sarebbe diventato Papa: entrambi si rimboccarono le maniche e cominciarono a lavorare sodo per sballare le casse.

Modigliani nella sua vita fece una incredibile raccolta di onorificenze, di encomi, di medaglie. Dopo la Mostra d’arte a Londra nel 1930, voluta da Mussolini, che comportò enormi problemi nel viaggio in mare, col rischio anche di un naufragio, il Duce in persona si congratulò con lui dicendogli tra l’altro: “Voi avete operato bene… al momento opportuno mi ricorderò di voi”. Ma Modigliani, orgoglioso com’era, ebbe l’ardire di rispondere: “… Non ho mai presentato il conto a nessuno e Vostra Eccellenza può essere certa che non lo presenterò neanche a Lei. Mai”. Mussolini, allora, con sguardo immoto e bieco, sibilò: “E farete bene! Perché quando mi si presentano i conti, io non sono solito pagarli…”

Ma forse uno degli episodi più teneri è quello che riguarda Monna Lisa. Prima il furto nel 1911, poi il tentativo di vendita di chi l’aveva rubata e, infine, il ritrovamento a Firenze, e l’esposizione di due giorni a Palazzo Farnese a Roma, il tutto in un crescente e incredibile clamore attorno all’opera, anche da parte dell’opinione pubblica.
Ma per riportare l’opera a Parigi da Roma si doveva passare per Milano. E allora, Modigliani chiese che anche qui l’opera di Leonardo si fermasse due giorni. E il successo di questa idea fu incredibile: oltre 65.000 persone visitarono Brera per vedere la Gioconda, fino a notte inoltrata.

E Modigliani, arguto e “margniffone”, si mise ad ascoltare i vari commenti della gente: “L’era pussee mei se andavum al cinema”, “Però, l’è on bel tocch de dona”, “Varda che la rid, la rid, la rid”. Ma, da grande estimatore d’arte, si volle anche togliere lo sfizio di passare almeno due ore di notte da solo con lei. “Tu – le disse - ieri e stanotte sei stata di tutti. Adesso per due ore devi essere solo mia!”. E restò a rimirarla nel suo studio. “E il meno che puoi fare dopo tante pene che mi hai dato”.

Un uomo eccezionale, Ettore Modigliani, personalità forte che, tra l’altro, fondò anche l’Associazione degli Amici di Brera nel 1926, e che apprezzò sempre la bellezza di Milano, data “dalle sue bellissime chiese, dai suoi palazzi, dalle corti, dai suoi giardini, dalle sue vie… nelle quali non passa invano chi ha anima aperta a ricevere sensazione di arte, di bellezza e di poesia…”

Ettore Modigliani, Memorie, La vita movimentata di un grande soprintendente di Brera, a cura di Marco Carminati con un saggio introduttivo di James Bradburne, 2019, 320 pagine, 21 b/n, brossura, 25 euro.
 
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