eremogalleria fotografica

Ci sono luoghi, a volte nemmeno tanto lontani dalle grandi città, che con i loro scenari e il sovrumano silenzio che li avvolge proiettano l'uomo in una dimensione fuori dal mondo e dalle sue ansie quotidiane. Uno di questi è la Val Staffora, nell'Oltrepò pavese, che si estende con i suoi rilievi in un lembo di territorio lombardo a cavallo tra il territorio emiliano e quello ligure-piemontese; la zona è quella delle ultime propaggini dell'Appennino e lo sbocco verso il mare non è molto distante da quelle vette e da quelle valli. Qui, dove i tramonti in autunno indorano i rilievi e le nebbie ovattano di notte il paesaggio, sorge l'eremo di Sant'Alberto di Butrio, fondato dallo stesso Alberto, di cui non si hanno molte notizie biografiche, nell'XI secolo. Venne ad abitare in solitudine in questi luoghi verso il 1030 e intorno a lui cominciò a radunarsi una piccola comunità di eremiti, che seguivano la regola benedettina; Alberto divenne il loro capo spirituale fino alla sua morte, avvenuta nel 1073. In seguito l'eremo crebbe in potenza e in numero di monaci ed ospitò personaggi famosi, tra cui, secondo tradizione, il fuggiasco re d'Inghilterra Edoardo II Plantageneto, che morì e fu sepolto proprio qui. Il complesso eremitico si compone di tre edifici: i primi due, in semplice stile romanico, sono la chiesa di Santa Maria, eretta da Sant'Alberto, e la Chiesa di Sant'Alberto, edificata subito prima o subito dopo la morte del santo e che conserva gli affreschi artisticamente più pregevoli. Il terzo edificio è la Chiesa di Sant'Antonio, risalente al 1300 circa. Il primo ambiente che accoglie il visitatore è la Chiesa di Sant'Antonio, quasi interamente affrescata da dipinti risalenti al 1484, che parlano un linguaggio semplice e locale, certamente lontano dalle novità rinascimentali provenienti dalla Toscana e dalla stessa Lombardia e legati ancora allo stile gotico-internazionale. Si tratta di affreschi che raffigurano per lo più santi a figura intera, alcuni cari alla tradizione locale e contadina, e Madonne in trono col Bambino, spesso privi di solidità corporea. I loro colori delicati e raffinati, tendenti soprattutto al giallo, al verde e al rosso, e gli sfondi privi di riferimenti spaziali pongono queste figure al di fuori del tempo, in un'altra dimensione, e la loro staticità frontale pare alludere a valori eterni e immutabili. In questo primo edificio s'incontra sulla parete d'entrata una teoria di Santi elegantemente vestiti: si riconoscono da destra un Santo Stefano dal volto mesto, San Sigismondo, dall'abito alla moda del tempo, Sant'Antonio Abate, San Girolamo e San Contardo d'Este. Nella lunetta superiore si trova Dio Padre benedicente dalla lunga barba bianca circondato da due angeli che suonano le trombe e che ricordano le finezze esecutive delle miniature coeve. Su un'altra parete quattro Sante si stagliano su di uno sfondo giallo decorato a motivi floreali: si tratta di Sant'Agata, dai capelli biondi e sciolti, Santa Lucia con finissimo abito bianco trapuntato di fiori rossi, Santa Caterina e Santa Apollonia. La lunetta soprastante rappresenta l'Incoronazione della Vergine, in elegante abito rosso lumeggiato nelle pieghe e manto giallo che, allargato da due angeli, si apre e offre riparo ai fedeli inginocchiati. In grembo alla Madre, che ha una certa maestosità ieratica, siede il Bambino in atto benedicente.

La lunetta di un'altra parete è invece affrescata con un interessante “San Sebastiano”, il cui martirio è rappresentato su di uno sfondo giallo decorato a motivi floreali e un prato verde ravvivato da pochi elementi vegetali. Gli arcieri che lo trafiggono, in fogge quattrocentesche, hanno pose per così dire ingessate e poco dinamiche, come se l'autore avesse voluto rendere meno cruenta la scena; San Sebastiano, dal volto giovane e delicato, ha lo sguardo rivolto verso lo spettatore ed occhi intensi e dolci. La parete a fianco è affrescata con scene della vita di Santa Caterina, che raffigurano gli episodi rilevanti della sua vita culminanti col martirio sulla ruota e con la decapitazione. Il gusto è aneddotico e popolare, ma non manca una certa vivacità narrativa. Di gusto fiabesco il vicino affresco di San Giorgio che uccide il drago e salva la principessa, soggetto ricorrente nella pittura tre-quattrocentesca. Entrando nell'adiacente spazio, quello della Chiesa di Santa Maria, si trova un ambiente più piccolo e meno affrescato, ma con dipinti più pregevoli rispetto ai precedenti, come la Madonna in trono con Bambino affiancata dai Santi Alberto, Apollonia, Lucia e Antonio Abate. La Madonna è seduta su un trono ligneo ed indossa un elegante manto bianco decorato a fiori rossi con risvolti interni verdi. La luce risalta le varie tonalità del bianco e i panneggi appena accennati. Tra i santi spicca Sant'Alberto dallo sgaurdo penetrante e dalla sinuosa barba bianca. Le due Sante, non particolatrmente caratterizzate nei volti, sono vestite con raffinati abiti quattrocenteschi. Un altro affresco rappresenta nuovamente la Madonna in trono col Bambino affiancata da un San Girolamo dalla barba lunghissima ed un San Rocco abbigliato da pellegrino con bastone e bisaccia. La mano appare diversa da quella del precedente affresco e in particolare i due santi sembrano appiattiti sullo sfondo, ma la cosa migliore del dipinto è il gesto tenero e affettuoso tra madre e figlio, che avvicinano i loro volti in un abbraccio: la loro esecuzione traspare di dolcezza. Degno di nota, infine, un San Sigismondo Imperatore caratterizzato dal volto giovanile incorniciato da capelli biondi arricciati e da una veste gialla elegantemente decorata con interno in ermellino. Resta un'incognita il realizzatore di tutti questi affreschi. Tradizionalmente venivano attribuiti ai fratelli Manfredino e Franceschino Boxilio, che avevano una fiorente bottega a Tortona ed erano attivi nelle zone limitrofe e fino a Genova: spetta a loro, ad esempio, la decorazione della Pieve di Volpedo. Secondo più recenti ipotesi gli affreschi di Sant'Alberto potrebbero essere stati realizzati dagli stessi monaci dell'eremo che appositamente non hanno voluto firmarsi in segno di umiltà. Recarsi all'eremo di Sant'Alberto significa non solo immergersi in un affascinante percorso artistico o, per chi ha fede, in un momento di spiritualità e preghiera, ma anche lasciarsi emozionare da un luogo ricco di bellezze naturalistiche, tra pascoli e boschi di abeti e castagni, e da una terra genorosa, quella dell'Oltrepò, che ha da offrire a chi la visita i suoi frutti più genuini.

Stefano Pariani

Eremo di Sant'Alberto di Butrio

Via Fr. Sant'Alberto Di Butrio, 59

27050 Ponte Nizza (Pv)

Tel. 0383.542179

Santa Maria alla Fontana e l'acqua di luce

in Piazza Santa Maria alla Fontana 11 Milano, Milano,

Recensito da Stafano Pariani

Sommario

Il santuario fu eretto nel 1507 e da subito cominciarono ad affluire molti pellegrini, tanto che venne realizzato un lungo sentiero alberato che portava da Porta Comacina al santuario, attraversando un luogo a quel tempo fuori dalle mura urbane, disabitato, fitto di boschi e sorgenti d'acqua.

Descrizione

Sono alcuni anni che il quartiere milanese dell'Isola si è riqualificato e tra le sue vie che hanno mantenuto l'aspetto genuino e popolare di un tempo, sono sorti negozi artigianali, curiose botteghe e locali alternativi, fuori dai soliti giri modaioli milanesi. Forse questo mix di vecchio e nuovo attira molta gente in questa zona di giorno e di sera, ma non tutti sanno che da queste parti c'è anche un altro movimento, quello dei fedeli che si recano, in una sorta di pellegrinaggio, alla chiesa di Santa Maria alla Fontana per bere un'acqua ritenuta benefica e guaritrice. Tutto ebbe origine all'inizio del Cinquecento, quando Milano era sotto il dominio francese e il governatore di Luigi XII, Charles d'Amboise, affetto da un santa maria alla fontanamalanno (forse la gotta), andò a pregare in un antico sacello medievale che sorgeva presso una depressone naturale del terreno con una fonte d'acqua, dove i milanesi erano soliti recarsi per chiedere le grazie alla Madonna, che lì era apparsa. Il governatore francese promise alla Vergine, in caso di guarigione, la costruzione di un degno santuario come ex voto e quando effettivamente guarì, mantenne la sua promessa. Il santuario fu eretto nel 1507 e da subito cominciarono ad affluire molti pellegrini, tanto che venne realizzato un lungo sentiero alberato che portava da Porta Comacina al santuario, attraversando un luogo a quel tempo fuori dalle mura urbane, disabitato, fitto di boschi e sorgenti d'acqua. Davanti al santuario si trovava un'ampia vasca in cui confluiva l'acqua della sorgente miracolosa e lì rimase fino all'Ottocento. Nel Seicento venne costruita anche una grande chiesa sovrastante, la cui facciata attuale è frutto di restauri novecenteschi; il piccolo santuario risulta così collocato esattamente dietro la chiesa e collegato ad essa tramite una ripida scala. L'architettura del santuario è costituita da una cappella quadrata coperta da una bassa volta e da un vano rettangolare, comunicanti tramite un doppio arco; sul nome del suo artefice sono state avanzate diverse ipotesi, tra cui Leonardo e Bramante, ma i documenti dell'epoca hanno assegnato la costruzione dell'edificio a Giovanni Antonio Amadeo, famoso per la cappella Colleoni a Bergamo, i lavori alla Certosa di Pavia e la direzione dei lavori nel Duomo di Milano. Lungo le pareti del santuario si trovano riquadri affrescati in discrete condizioni conservative; un primo gruppo di quattro affreschi (San Giovanni Battista, Visitazione, Natività, San Rocco) risale al 1520/25 e mostra affinità con la scuola di Bernardino Luini. Il linguaggio è semplice e popolare ed immerge i personaggi in un mite contesto paesaggistico, con qualche richiamo a Leonardo, specie nelle scene della Visitazione e della Natività. Alla seconda metà del Cinquecento risale invece un secondo gruppo di affreschi (Annunciazione, Natività, Visitazione, Fuga in Egitto) meno ispirati e rovinati dal tempo. fontanaMolto suggestiva la volta, suddivisa in dodici vele affrescate con le figure degli Apostoli, al centro della quale è un Dio Padre benedicente in legno e stucco dorato. Le tonalità leggere e tenui dei colori e il senso di circolarità conferiscono all'ambiente un aspetto arioso e luminoso, che ben si addice all'atmosfera “sospesa” che qui si respira. L'edificio comunica con l'esterno per mezzo di doppi e ampi archi posti lungo i suoi lati, che richiamano nello stile la cultura classicista e bramantesca in voga a Milano nel primo Cinquecento, mentre ai fianchi del Santuario sorgono due bei chiostri dalle snelle colonne, che si articolano anche davanti alla facciata, formando un armonioso ed elegante porticato. La fonte originaria venne chiusa nell'Ottocento a causa delle perdite di una vicina fabbrica di bitume e attualmente l'acqua che sgorga dagli undici rubinetti della lastra originaria posta sotto l'altare è quella della rete idrica comunale. fontanaTuttavia sono in molti a risentire ancora oggi dei suoi effetti benefici e ad avere guarigioni – pare che l'acqua in quell'area entri in contatto con le frequenze della luce – e sentire il delicato, continuo rumore del suo sgorgare rasserena, conducendo chi si trova in quello spazio in una dimensione “altra”. Stefano Pariani Il santuario fu eretto nel 1507 e da subito cominciarono ad affluire molti pellegrini, tanto che venne realizzato un lungo sentiero alberato che portava da Porta Comacina al santuario, attraversando un luogo a quel tempo fuori dalle mura urbane, disabitato, fitto di boschi e sorgenti d'acqua. Milano Vai alla visualizzazione normale – Nascondi colori – Powered by Google Drive – Segnala una violazione
votazione 4/ 5 (Excellent) Stafano Pariani
 

La chiesa s'innesta nel solco di passaggio dall'arte ottoniana a quella romanica, testimoniando del nuovo stile artistico tanto nell'architettura quanto nei suoi affreschi, tra i più significativi della pittura altomedievale dell'Italia settentrionale

 

Non molto lontano da Milano, nei pressi di Cantù, la chiesa di San Vincenzo a Galliano e l'adiacente Battistero di San Giovanni sorgono come silenziosi testimoni di un'epoca passata, quando fuori dalle città sorgevano le pievi per evangelizzare le campagne. Collocata sull'asse delle grandi vie di comunicazione tra la pianura padana e le regioni transalpine, la chiesa di Galliano s'innesta nel solco di passaggio dall'arte ottoniana a quella romanica, testimoniando i primi frutti del nuovo stile artistico tanto nell'architettura quanto nei suoi affreschi, tra i più significativi della pittura altomedievale dell'Italia settentrionale. La storia di questa chiesa affonda le radici in epoca paleocristiana, quando viene edificata nel V secolo una prima basilica ad aula unica, dedicata a San Vincenzo di Saragozza. Secoli dopo l'arcivescovo di Milano Ariberto d'Intimiano promuove un programma di rinnovamento architettonico che porta nel 1007 alla consacrazione della nuova chiesa. Esternamente presenta una semplice facciata a salienti in pietre a vista, priva della navata destra, andata persa, con un piccolo portale e lunetta a sesto acuto; l'abside è contraddistinta da alti archi poggianti su lesene che scendono fino a terra, creando sottili giochi di luce e ombra. All'interno gli affreschi che decorano la navata e il catino absidale sono rispettivamente riconducibili per stile a due maestranze diverse: i più interessanti sono quelli dell'ampia abside dove campeggia un grande Cristo in mandorla, curiosamente abbigliato con pantaloni e calzari, ai cui lati i profeti Geremia ed Ezechiele sono resi con movimenti dinamici e con sottolineature più scure lungo le pieghe delle vesti, che seguono il moto del corpo e danno volumetria alle figure. La zona inferiore ospita un breve ciclo di Storie di San Vincenzo, tra cui il martirio e la sepoltura del Santo, di efficace vivacità narrativa. Accanto alla chiesa troviamo le sinuose forme del coevo Battistero di San Giovanni, costituito da un vano centrale quadrato con absidi semicircolari su ogni lato, da un tiburio ottagonale e da un ampio pronao. Con la sua sapiente sintesi tra influssi bizantini e nordici e la tradizione pittorica locale, d'impronta realista e di forte senso plastico, il ciclo di Galliano da lì a qualche decennio sarebbe stato d'impulso per gli affreschi di Civate, altra fondamentale tappa della pittura romanica lombarda.

 

Stefano Pariani

SULLE VIE DEL SACRO TRA TORTONA E GAVI

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