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SULLE VIE DEL SACRO TRA TORTONA E GAVI

SULLE VIE DEL SACRO TRA TORTONA E GAVI

A pochi chilometri dai grandi centri urbani c’è un angolo di Piemonte che si apre in uno scenario paesaggistico dove la vista si perde tra dolci declivi collinari e aperte campagne disseminate da isolate cascine, silenziose e immobili testimoni del tempo.

E’ quel territorio alessandrino, stretto tra Lombardia e Liguria, che dalla pianura dell’Oltrepò conduce verso il  mare;un paesaggio che si trasforma davanti ai nostri occhi quando le campagne e le colline lasciano spazio a valli profonde e, infine, ai contorni delle vette appenniniche, oltre le quali il mare è ormai vicino e pare di sentirne l’odore. Percorrere queste terre significa imbattersi in tradizioni popolari e religiose, in feste e sagre che raccontano con semplicità cose e persone, il tenace lavoro della gente e i prodotti dei loro campi.

Il territorio è straordinariamente ricco di testimonianze artistiche, un patrimonio di antiche pievi, chiese e abbazie d’epoca medievale, un tempoluogo di sosta e di preghiera dei pellegrini che si recavano a Roma o a San Giacomo di Compostela. All’interno affreschi di Cristo, di Madonne col Bambino, ma soprattutto di Santi legati alla devozione popolare del mondo contadino, che parlano un ling uaggio semplice e periferico, legato tuttavia alla grande cultura pittorica lombarda del Quattrocento, ad artisti come Bembo, Foppa, Butinone o Bergognone per fare solo alcuni nomi. Una prima notevole testimonianza nella pianura tortonese è la Chiesa di Santa Maria e San Siro a Sale, con facciata a capanna in stile lombardo risalente al XV secolo dotata di un bel portale contornato da decorazioni incotto. All’interno sono numerosi gli affreschi, tr a i quali spiccano quelli della zona presbiteriale, eseguiti tra il 1460 e il 1470 da un maestro di culturalombarda, denominato Maestro dei Maggi, raffiguranti i quattro  Evangelistiseduti in eleganti e slanciati troni gotici.

Spostandosi in zona collinare, poco sopra Tortona, ci s’imbatte nella Pieve di San Pietro a Volpedo, piccolo e antico borgo che diede i natali al celebre pittore divisionista Giuseppe Pellizza. L’edificio romanico, semplice e dai mattoni scoperti, risale all’XI secolo ed è ricco al suo interno di affreschi tardoquattrocenteschi legati alla committenza locale e dovuti a diversi artisti, tra i quali Manfredino e Franceschino Boxilio, attivissimi in quest’area con una fiorente bottega a Tortona. Sui pilastri delle navate si susseguono figure di Santi, dipinte con stile schietto e naturalistico e dal gusto ancora spiccatamente tardogotico, nonostante la data di esecuzione. Un San Rocco dallo sguardo intenso e velato di mestizia, uno ieratico Sant’Antonio e i Santi Cosma e Damiano, in eleganti abiti cortesi e dai volti enigmatici e misteriosi, accompagnano il visitatore in un percorso silenzioso verso il catino absidale che ospita un grandioso affresco con Cristo pantocratore in mandorla, sotto il quale è raffigurata la schiera degli Apostoli e il Re David, ricchi di svolazzanti cartigli.

Sulla strada verso Tortona, che si snoda tra colline e frutteti, sorge la pieve romanica di Santa Maria a Viguzzolo, non molto diversa da quella di Volpedo e costruita con ogni probabilità poco dopo il Mille. La facciata a salienti è tutta in mattoni, tripartita e scandita da sottili lesene e archetti Giunti a Tortona, ancora pochi chilometri portano all’abbazia cistencense di Rivalta Scrivia, costruita tra il XII e il XIII secolo, testimonianza di un insediamento monastico ben radicato nel territorio. Per raggiungerla occorre fare attenzione alle indicazioni che portano ad una piccola strada alberata, in fondo alla quale si arriva ad una sorta di grande cortile dovesorge l’abbazia, a ridosso dell’autostrada Milano-Genova, da dove si vede chiaramente la parte absidale. La facciata tripartita rivela ancora le sue forme gotiche, nonostante i ritocchi successivi, e nasconde uno scrigno prezioso di affreschi, anche in questo caso di connotazione votiva e gusto popolare, legati alla devozione di contadini e pellegrini. La decorazione si fa risalire tra la metà del Quattrocento e i primi del Cinquecento e guarda sempre ai grandi maestri lombardi dell’epoca, muovendosi tra stilemi ancora tardogotici ed altri già rinascimentali. Sui pilastri si ritrovano figure di Santi affrescati, come un San Cristoforo di Franceschino Boxilio, già attivo a Volpedo, un San Desiderio dalla foggia alla moda e dall’elegante copricapo, un vigoroso San Sebastiano e la bellissima coppia dei Santi Fermo e Ansano, di stampo ormai rinascimentale.Proseguendo, il paesaggio muta poco a poco che ci si avvicina al territorio novese e comincia a profilarsi il panorama appenninico. L’area storicamente fu legata a Genova per motivi viari e commerciali fin dal Medioevo, entrando a far parte ufficialmente della Repubblica della Superba nel 1447, da cui fu in seguito conquistata nel 1529. Qui, fin dai tempi più antichi, mercanti e pellegrini hanno battuto la Via del Sale, la Pustumia e la Francigena, le più note vie di comunicazione tra il mare e la pianura; slla loro scia si misero pittori e scultori, accorsi a decorare le chiese disseminate sul territorio. A Novi Ligure Manfredino Boxilio affrescò nel 1474 una raffinata Sant’Anna che tiene in braccio la Vergine nella chiesa di Santa Maria della Pieve. Nella vicina Gavi, invece, a lungo sotto

il dominio genovese per la sua posizione strategica nell’entroterra, sorge una notevole testimonianza d’architettura e scultura romanica: si tratta della Chiesa di San Giacomo Maggiore, edificata attorno al 1165 in arenaria locale, che ha un bel portale strombato sormontato da un oculo ed una semplice bifora nella parte più alta della facciata. Nella lunetta del portale è scolpita a bassorilievo una bellissima Ultima Cena con due angeli che sembrano precipitarsi ad ali ampie e spiegate sulla figura di Cristo, che risalta per dimensioni su quelle degli Apostoli, disposti lungo la tavola imbandita. L’interno, rimaneggiato in epoca barocca, conservaancora ca pitelli figurati d’epoca romanica e alcuni brani d’affreschi quattrocenteschi.

Stefano Pariani

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